di Chiara Spagnolo
La Repubblica, 10 novembre 2022
È scontro sul reato di tortura, dopo l’inchiesta della Procura di Bari, che ieri ha portato all’arresto di tre agenti della polizia penitenziaria e alla sospensione di altri sei a causa delle presunte violenze nei confronti di un detenuto barese 42enne, affetto da problemi psichici.
Per l’associazione Antigone (che si occupa della tutela dei diritti nel sistema penale e penitenziario), quanto accaduto a Bari dimostra che “la legge sulla tortura può aiutare a rompere il muro di omertà”. Mentre per i sindacati della polizia penitenziaria Uilpa e Sappe “Il reato di tortura è costruito male e l’organizzazione carceraria è pessima”.
Il reato di tortura è contestato solo a sei dei quindici indagati, che avrebbero “agito con violenza e crudeltà nei confronti di un detenuto affetto da disturbi psichici”, infliggendogli volontariamente - dice il giudice nell’ordinanza cautelare - “un carico di sofferenze teso a perseguire una propria forma di soddisfazione”.
Tale reato è stato introdotto in Italia nel 2017, dopo le ripetute sollecitazioni della Corte di Strasburgo che aveva evidenziato il vuoto normativo italiano, venuto alla luce con particolare forza dopo le violenze delle Forze dell’ordine al G8 di Genova del 2001. A distanza di anni, però, la sua applicazione è ancora contestata, tanto che La Uilpa polizia penitenziaria ha colto l’occasione dell’operazione dei carabinieri di Bari per chiedere al ministro della Giustizia Carlo Nordio (da cui dipende l’amministrazione penitenziaria) “di aprire immediatamente un tavolo di confronto permanente per discutere di riforme”.
“Riponiamo incondizionata fiducia nella magistratura - ha dichiarato il segretario generale Gennarino De Fazio - Chi sbaglia va individuato, isolato e perseguito, ma se le indagini per il reato di tortura sono ormai numerose e interessano carceri diverse in tutto il Paese, probabilmente, c’è molto di più di qualcosa nell’organizzazione complessiva che non funziona e da correggere”. Ugualmente duro Donato Capece, segretario generale del Sappe: “Invito tutti a non trarre affrettate conclusioni prima degli accertamenti giudiziari. La presunzione di innocenza è uno dei capisaldi della nostra carta costituzionale e quindi evitiamo illazioni e gogne mediatiche. Niente è più barbaro dei processi mediatici”.
Sulla stessa scia anche l’Osapp, il cui segretario pugliese Ruggiero D’Amato ha chiesto il rispetto della privacy dei colleghi indagati “fino alla sentenza definitiva”, ribadendo che se “saranno accertate dirette responsabilità penali bisognerà agire con il pugno duro”. L’associazione Antigone, dal canto suo, ha evidenziato anche il ruolo non secondario, che nella vicenda avrebbe avuto l’apparato sanitario del carcere: “Ci auguriamo che chiarezza venga fatta anche sul coinvolgimento del personale medico, più di una volta indagato o condannato in procedimenti simili, per la mancata refertazione di ferite e lesioni. Nel caso specifico di Bari la buona notizia è stata la collaborazione dei vertici del carcere per individuare i presunti colpevoli delle violenze e arrivare ad un primo accertamento dei fatti”.










