di Anna Puricella
La Repubblica, 21 agosto 2024
Trovammo un compagno impiccato, lo salvammo: ho ancora gli incubi”. Dopo la rivolta nel carcere di Bari, con il sequestro di un infermiere poi rilasciato e il ferimento di un poliziotto, parla un detenuto che in quel carcere è stato. “Un inferno, gira tantissima droga. E i telefoni portati da fuori”. Il tempo ha messo la giusta distanza, e ora D.G. riesce a raccontare. Dieci anni fa, quando di anni ne aveva 34, è finito in carcere. Inizialmente a Foggia, poi è stato trasferito prima a Trani e infine a Bari, e l’uomo - di origini romene - è stato in cella per quattro anni. Adesso ha ricominciato a vivere, ha una sua officina in un paese non lontano da Bari e la sua famiglia. “Ma a volte faccio sogni strani, vedo gente che era lì con me - dice - Quello che ho vissuto resta sempre nella memoria, e quando mi sveglio non mi rendo subito conto che sono a casa”.
Qual è stata la sua prima impressione del carcere?
“Era la prima volta che ci finivo, e quando si è chiuso il portone alle mie spalle è finito tutto. Lì dentro è un’altra vita”.
Con quante persone era in cella?
“All’epoca eravamo 28 persone, tutti insieme nella stessa cella. Le condizioni delle carceri sono queste, e c’era un solo bagno per tutti e 28. Era difficilissimo vivere, venivano sempre fuori problemi, sia fra detenuti sia con le guardie”.
Cioè?
“Non è il detenuto che crea problemi di solito, a volte si viene istigati. Non davano quello che chiedevi, e se per esempio volevi fare una telefonata non lo permettevano. Io facevo la richiesta e poi non veniva approvata. E lì c’erano persone che venivano da tutte le parti, e che non potevano parlare con i familiari. Non davano il permesso di chiamare”.
Il cibo?
“È scarso e non è buono. Mia moglie veniva sempre a portarmelo: quello del carcere neanche lo mangiavo, faceva schifo. Ci davano cibo buono soltanto quando veniva in visita qualche commissione, come quella per i diritti umani, e allora si vedeva la carne buona. Per il resto no, e se istigavi ti davano la purga”.
Lei è stato vittima di violenza o di razzismo?
“Quando mi hanno trasferito da Trani mi dicevano “tu uscirai da qui quando lo dico io”, lo facevano per istigare. Ho avuto un litigio, una volta, poi si è capito che la ragione l’avevamo noi detenuti. Non tutti sono razzisti, ci sono anche agenti che aiutano, ma io gli insulti li ho sentiti, mi dicevano “romeno di m...”. A Trani non succedeva, c’era maggiore rispetto. Invece a Bari ti fanno diventare matto”.
Perché?
“Non ci sono programmi di riabilitazione, non c’è niente. Ho avuto problemi alla cistifellea, ma lì il dottore dava soltanto aspirina per ogni tipo di dolore. Io mi facevo portare le pastiglie da casa, perché se avessi spiegato al dottore cosa mi succedeva sarebbe stato più probabile che mi lasciassero morire prima di fare un controllo”.
Lei lavorava in carcere?
“Sì, sono riuscito a lavorare ma soltanto negli ultimi quattro-cinque mesi. Lavoravo in cucina e distribuivo i pasti. Ma anche se nella busta paga c’era scritto che ricevevo 1.600 euro, alla fine ne ricevevo soltanto 300. Perché devi pagare tutto, anche lo stare in carcere”.
Ventotto persone in una cella è disumano. E agenti ce n’erano?
“Le guardie c’erano, avevano turni di sei ore e per ogni turno ce n’erano due o tre per sezione. Non sono poche. E nel momento in cui rispettano i detenuti non ci sono problemi. Il guaio è che appena entri in carcere non ti danno diritti, quindi succedono questi casini”.
Avrà letto dei disordini di sabato...
“Succede così quando il gatto non c’è e i topi ballano. A Bari i detenuti vengono trattati peggio dei terroristi, e questo le commissioni che vanno in visita non lo vedono. Magari si fermano alla sezione femminile, che è un’altra cosa, o passano dal minorile e dalla sezione lavorativa. Ma le cose non stanno così, è da trent’anni che purtroppo continuano ad andare male”.
Com’erano le sue giornate?
“Non fai niente, stai nella stanza. A un certo punto hanno ricavato alcune stanzette per attività comuni, come giocare a carte, si andava giusto un’ora. Poi un’ora all’aria e niente più. Su 24 ore, per 21 stavi nella stanza con tutti gli altri. Io ero più fortunato degli altri perché uscivo per dare da mangiare, ma non durava molto”.
Circolava droga?
“Sì, la droga entra come l’acqua, e pure i telefoni. Era una cosa normale. C’era chi aveva i telefoni per non usare quello comune con i soldi del conto, perché lì registrano le telefonate”.
E come si pagava la droga?
“Si paga da fuori. Lì dentro non circolano contanti, ma la droga e i telefoni in carcere ci sono e ci saranno sempre”.
Il suo ricordo più brutto?
“Quando uno si è impiccato nella nostra stanza. L’abbiamo salvato, ma non si è saputo niente all’esterno”.
E ora che è libero come sta?
“Gli ultimi tre mesi li ho passati a casa, è stato bellissimo tornarci dopo anni. Ormai sono libero, e ti innamori della libertà. Lì dentro ho visto di tutto, ho visto pedofili in cella con persone normali, si facevano un sacco di sbagli. Ora ho la mia officina e la famiglia. Ma a volte ricordo, e faccio sogni strani. È una cosa che rimane per sempre nella memoria, e quando mi sveglio non mi rendo subito conto di essere finalmente tornato a casa”.










