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di Damiano Aliprandi

Il Dubbio, 5 maggio 2026

Da oltre sette mesi Sandro Scariato non fa l’esame che potrebbe dirgli se la leucemia sta tornando. È detenuto nel carcere di Bari, ha trentanove anni, viene da Taurianova in provincia di Reggio Calabria, e quella malattia la conosce bene: gli è stata diagnosticata la prima volta nel 2018, quando era già in carcere, e allora era stata talmente grave da renderlo incompatibile con la detenzione ordinaria. Adesso la situazione si è fatta di nuovo pericolosa, ma l’inerzia e ritardi hanno fatto da padroni. L’esame in questione si chiama qPCR, una tecnica di biologia molecolare che misura la quantità di cellule leucemiche presenti nel sangue. Per chi ha una leucemia mieloide cronica e ha sospeso la terapia farmacologica, questo controllo non è opzionale: è l’unico strumento in grado di dire se la malattia è ancora sotto controllo o sta riprendendo. L’ultimo referto disponibile è datato 29 settembre 2025. Da allora, niente. Nessun risultato. 

La storia di Scariato ha un filo che vale la pena seguire dall’inizio. Viene arrestato nel 2017. L’anno dopo accusa malori gravi e lo portano in ospedale: ha la leucemia mieloide cronica, una patologia oncologica seria ma gestibile se monitorata con continuità. Il sistema immunitario è compromesso dalla malattia e dalla terapia, e i medici lo dichiarano incompatibile con il regime carcerario ordinario. Finisce agli arresti domiciliari. Da lì inizia un percorso lungo anni, fatto di analisi e visite specialistiche, fino alla remissione molecolare profonda. Il 12 gennaio 2024 il suo ematologo di riferimento, il dottor Luciano Levato dell’ospedale Pugliese Ciaccio di Catanzaro, avvia il periodo TFR, Treatment Free Remission: terapia sospesa, ma con obbligo di monitoraggio costante. Analisi del sangue ogni mese, visita ematologica ogni due, e la qPCR con regolarità. 

Funziona per un po’. Poi, nel settembre 2025, i valori molecolari peggiorano. L’esame rivela una risposta classificata come MR 3.0, che segnala la perdita della risposta molecolare profonda. In parole semplici: la leucemia sta riprendendo vigore. Non è ancora una crisi, ma è un segnale che richiede attenzione rapida. Nel dicembre 2025 arriva la sentenza definitiva della Corte di Cassazione. Scariato deve tornare in carcere a scontare un residuo di pena di poco più di nove mesi. E da quel momento il protocollo di monitoraggio si interrompe. 

Finisce prima alla Casa Circondariale di Siracusa, il carcere di Cavadonna. Le condizioni della struttura, per uno con una patologia immunodepressiva, sono difficili: la compagna Alessandra riferisce di cimici nei letti, riscaldamento assente, acqua calda intermittente, topi nei corridoi. L’esame qPCR che doveva essere eseguito il 20 gennaio 2026 non viene fatto. Dopo settimane e numerose richieste, riesce ad ottenere soltanto un emocromo, un esame del sangue generico. I risultati mostrano valori del ferro molto bassi. Scariato accusa febbricola persistente da oltre un mese, dolori nella zona della milza, una stanchezza che non passa. Sono gli stessi sintomi che nel 2018 avevano preceduto la diagnosi.

Istanze ignorate, visite saltate - Il primo febbraio scorso i suoi avvocati, Giuseppe Alvaro e Girolamo Albanese del Foro di Palmi, presentano un’istanza urgente al Magistrato di Sorveglianza di Siracusa, chiedendo la detenzione domiciliare o, in alternativa, il trasferimento in una struttura in grado di garantire i controlli necessari. Il magistrato non decide. L’11 febbraio il dottor Levato mette nero su bianco la sua valutazione: senza la qPCR non è possibile capire se il TFR possa continuare o se sia necessario riprendere la terapia con inibitori tirosin-chinasici, farmaci specifici contro la leucemia mieloide cronica. Una visita ambulatoriale fissata per il 23 febbraio 2026 presso il centro ematologico di riferimento non si tiene: la direzione del carcere comunica che manca il personale per la scorta. 

Il 24 febbraio la deputata Rachele Scarpa, della Commissione Giustizia alla Camera, presenta un’interrogazione parlamentare ai Ministri della Giustizia e della Salute. L’associazione Yairaiha ETS manda segnalazioni al Garante dei detenuti di Siracusa Giovanni Villari, al Garante regionale della Puglia, al Garante nazionale, alla direzione del DAP. Villari telefona personalmente al Garante di Bari per sollecitare un intervento diretto. Le risposte arrivano, spesso cordiali, ma inizialmente restano interlocutorie e prive di effetti concreti. 

Il 4 marzo Scariato viene trasferito a Bari. Ma la compagna viene informata che si tratta di uno spostamento temporaneo: è lì solo per fare le analisi, poi lo riporteranno a Siracusa. “Fare solo delle analisi una volta, con un anno di residuo di pena, non ci basta”, scrive Alessandra all’associazione. “Deve farle ogni mese e il qPCR ogni due. Il magistrato ha tamponato solo un’urgenza che si ripeterà subito”. La relazione sanitaria del carcere di Bari del 25 marzo riporta esami ematochimici e controlli generici, ma non documenta l’esecuzione del qPCR. Che è esattamente il nodo della questione. I legali sono espliciti: gli esami del sangue ordinari non possono sostituire il monitoraggio molecolare. Senza la qPCR non si sa se la leucemia stia peggiorando. 

Il rischio di una crisi blastica e gli accertamenti che arrivano in ritardo - Ad aprile la situazione non è migliorata. L’associazione Yairaiha ha ottenuto la cartella clinica e quello che emerge non lascia spazio a interpretazioni: nessuna presa in carico adeguata rispetto alla patologia, nessun monitoraggio molecolare continuo. “Per quello che riguarda la sua malattia, non hanno fatto praticamente niente”, scrive Alessandra il 9 aprile. Il Garante regionale della Puglia, dopo settimane di solleciti ripetuti, ha infine effettuato la visita a Scariato. Finalmente un primo segnale concreto.

Il 25 aprile il medico legale pone la questione in termini precisi: se la ripresa della terapia fosse necessaria, deve iniziare entro un mese dall’abbassamento dei valori. Superato quel tempo, il rischio è una crisi blastica, cioè una delle fasi più gravi e difficilmente reversibili in cui può evolvere la leucemia mieloide cronica. “Il magistrato continua a limitarsi a meri solleciti formali verso la Casa Circondariale”, scrive Alessandra. “Interventi che si sono dimostrati del tutto sterili e privi di efficacia concreta. Ci troviamo di fronte a un’inerzia istituzionale che lo stesso collegio difensivo definisce sconcertante”. 

Il 28 aprile si è tenuta l’udienza davanti al Tribunale di Reggio Calabria. La decisione sull’istanza di detenzione domiciliare è stata rinviata al 26 maggio: nel frattempo sono stati avviati accertamenti e disposta una visita medico-legale per valutare la compatibilità tra le condizioni di Scariato e il regime detentivo. Altre settimane in carcere, in attesa di una risposta che avrebbe dovuto arrivare mesi fa. La valutazione sulla compatibilità si svolge adesso, dopo il rientro in carcere, attraverso accertamenti che in una situazione ordinaria avrebbero dovuto accompagnare la detenzione fin dall’inizio. Per l’associazione Yairaiha il quadro è chiaro: “Per noi è evidente che, in casi come questo, il diritto alla salute in carcere non viene garantito in modo effettivo. In presenza di patologie gravi, la continuità delle cure e l’accesso tempestivo a controlli specialistici dovrebbero essere garantiti in modo certo”.