di Vincenzo Pellico
La Repubblica, 13 febbraio 2026
Un giovane di 25 anni di origine magrebina è deceduto ieri mattina nel Centro di permanenza per i rimpatri di Bari-Palese (Cpr), dove era trattenuto. Secondo i primi rilievi delle autorità, il decesso sarebbe riconducibile a cause naturali, probabilmente un arresto cardiaco. Sul corpo non sarebbero stati riscontrati segni di violenza. La Polizia sta conducendo ulteriori verifiche per chiarire la dinamica dell’accaduto. Immediate le reazioni sul fronte politico. Le parlamentari del Partito democratico Rachele Scarpa e Cecilia Strada hanno chiesto che venga fatta “subito chiarezza” sulla vicenda, sottolineando che “non si può morire in custodia dello Stato”.
Nel loro intervento, le due esponenti dem hanno espresso “sgomento” per quanto accaduto e hanno insistito sulla necessità di “una ricostruzione completa” dei fatti, da fornire “al più presto” e con “rapidità e trasparenza”. “Quando una persona muore mentre è sotto custodia dello Stato, non ci si può limitare ad archiviare il caso come inevitabile”, hanno dichiarato Scarpa e Strada, definendo la morte del giovane “l’ennesima morte per Cpr”. Il Cpr di Bari-Palese non è nuovo a episodi di tensione.
Nella notte tra il 22 e il 23 luglio scorso le persone recluse hanno appiccato incendi all’interno dei moduli detentivi, incendiando materassi e suppellettili. Alcuni si sono rifugiati sui tetti per sfuggire al fumo, lanciando slogan come “libertà” e “tutti liberi”. Già nei primi giorni di luglio erano esplose proteste simili, con scioperi della fame e denunce per condizioni igieniche precarie e somministrazione di cibo avariato. Il primo maggio 2025 un giovane trattenuto, dopo una settimana di sciopero della fame, è stato portato in ospedale in seguito all’ingestione di shampoo, mentre sono emersi casi di autolesionismo e tentativi di suicidio.










