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di Francesca Di Tommaso

 

Gazzetta del Mezzogiorno, 31 ottobre 2019

 

"Ad agosto siamo arrivati ad essere in 25 in un'unica cella. C'erano i "paglioni", dove avremmo dovuto dormire, tutti in fila per terra. Per andare al bagno dovevamo stare attenti a non calpestarci a vicenda". Siamo nel 2011, ma la storia si ripete ciclicamente. Il commento è di un detenuto del carcere circondariale di Bari, riportato in un video dell'associazione Antigone, l'Onlus che svolge attività di promozione e tutela dei diritti delle persone private della libertà.

L'Osservatorio di Antigone riferisce che, al 30 settembre 2019, i detenuti presenti nel carcere sono 453, su una capienza di 299 posti. Il tasso di affollamento è dunque del 147,8%. "Sono costretti in spazi angusti, in celle con 3 o 6 posti letto a castello, con intuibile spazio tra le tavole adibite al riposo.

Per essere chiari, è come vivere in una cuccetta di seconda classe". La conferma delle difficoltà oggettive nel "Francesco Rucci" arriva dal presidente della Camera penale, Guglielmo Starace, in visita lo scorso agosto nella casa circondariale.

"La visita ci ha dato la plastica rappresentazione della condizione in cui le persone devono espiare la sanzione penale e, ciò che è più grave, della condizione in cui alcune persone sono costrette ad attendere di essere giudicate" spiega Starace.

"Ci sono soltanto 237 appartenenti alla Polizia penitenziaria (di cui 52 addetti al Nucleo traduzioni, i trasferimenti) per 428 detenuti. La struttura sanitaria ospita diversi detenuti affetti dalle più svariate patologie, comprese quelle psichiatriche, ed ha un personale medico ed infermieristico che si impegna quotidianamente per la tutela della loro salute e per la ricerca di finanziamenti per macchinari e dotazioni indispensabili per diagnosi e cure - continua Starace.

Abbiamo incontrato persone spesso in difficili condizioni di salute e in una situazione umana che è arduo definire civile. Un anziano con la bombola di ossigeno ci ha detto di dover espiare ancora due anni e che, per ragioni di salute, non può usufruire nemmeno delle ore d'aria". Nel 2018 i casi di autolesionismo sono stati 103; 67 gli scioperi della fame.

"Sono lì, tutti insieme, aggrappati ad una speranza spesso irrazionale di tornare nel mondo che gira. Chiedono di parlare con la Direttrice, con il dirigente medico, con gli educatori, con i familiari, con gli avvocati, con chiunque rappresenti un gancio con il mondo che c'è fuori". Nessun dubbio sull'impegno e il lavoro di chi segue la casa circondariale.

"La direttrice, Valeria Pirè, il dirigente medico, Nicola Suonino, erano lì ad accoglierci pur essendo in ferie e sono stati ospitali e disponibili a rispondere a tutte le nostre domande - racconta Starace - così come tutto il personale, in divisa e non, che ci ha accompagnato per il percorso. Il personale s'impegna con tutte le sue forze ma le nozze con i fichi secchi non si possono fare".

Problemi strutturali, quelli di un istituto penitenziario complesso, di primo livello ma con diversi circuiti penitenziari. E dove sono ospitati detenuti appartenenti a clan contrapposti, motivo per cui esistono due diverse sezioni per allocarli, sia per l'Alta che per la Media Sicurezza. "Gli spazi esterni dedicati alle attività comuni sono angusti e pericolosi ove si svolgano attività di carattere sportivo - racconta Starace.

Le sale dedicate ai colloqui con i familiari non sono dotate di condizionatori d'aria e l'aria pare irrespirabile. La detenzione può essere anche rieducazione, o addirittura educazione, ma per questo occorre che lo Stato impegni risorse umane e materiali per consentire alla società di ritrovare persone migliori rispetto al momento in cui hanno perso la libertà".