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di Chiara Spagnolo

La Repubblica, 21 giugno 2024

La sentenza che condanna 9 agenti di Polizia penitenziaria per le botte a un detenuto con problemi psichici. Depositate le motivazioni della condanna. Per cinque poliziotti il reato di tortura. “L’aggressione non avvenne in un contesto di allarme”. Le pene variano da cinque anni a sei mesi. Ci fu tortura nel carcere di Bari, la notte del 27 aprile 2022, quando un detenuto 43enne con problemi psichici fu “brutalmente aggredito da alcuni agenti mentre era del tutto inerme”. Di più. Fu “tortura di Stato”, perché commessa da pubblici ufficiali con abuso dei loro poteri. Mette molti punti fermi la sentenza con cui il 20 marzo cinque poliziotti penitenziari in servizio nel capoluogo sono stati condannati per il reato di tortura e altri quattro, a vario titolo, per abuso d’ufficio, rifiuto di atti d’ufficio, violenza privata, falso ideologico.

E rappresenta un importante punto di riferimento per i processi che verranno in relazione a violenze sui detenuti, a partire da quelle subite dai minori nel carcere Beccaria di Milano. Condannati a 80 euro per omessa denuncia anche due infermieri, che hanno assistito al pestaggio senza intervenire o denunciare.

Nella sentenza, il collegio presieduto da Antonio Diella mette nero su bianco un principio fondamentale: “In carcere è vietato usare la forza per punire” ovvero “la coercizione a fini disciplinari può essere usata solo per evitare danni a persone o cose”. E, a quanto pare a Bari, quella notte, nessuno era in pericolo. Nelle 188 pagine di motivazioni vengono ripercorsi gli eventi, con una specie di fermo-immagine su carta dei drammatici minuti tra le 5,10 e le 5,14, quando il detenuto è stato colpito a calci e immobilizzato a terra, con gli scarponi premuti sulla testa e sull’addome.

I filmati, prodotti dalla pm Carla Spagnolo e dal procuratore aggiunto Giuseppe Maralfa, vengono definiti “inequivocabili” non solo per ricostruire le responsabilità degli agenti ma anche per smentire le tesi difensive relative all’azione di “contenimento”, che sarebbe stata posta in essere per arginare il comportamento violento e minaccioso del 43enne. È vero che quest’ultimo aveva appiccato il fuoco alla sua cella e così determinato l’evacuazione del primo piano del penitenziario - spiegano i giudici - ma è altrettanto chiaro che l’aggressione da parte degli agenti è iniziata appena lo hanno portato al piano terra, “prima che gli altri detenuti venissero spostati”.

“L’aggressione non è avvenuta in un contesto di allarme” si chiarisce, pur evidenziando le difficoltà strutturali di cui la Polizia penitenziaria soffre nel carcere di Bari, in cui l’organico è ridotto e il sovraffollamento perenne (quella notte erano presenti 430 ospiti a fronte di una capienza di 230 e 17 erano gli agenti in servizio).

Ma nessuna stanchezza e nessuno stress possono giustificare quanto accaduto, né motivare quei calci sferrati a un uomo buttato a terra, che gridava aiuto e si raggomitolava per attutire ulteriori colpi. E non è un caso che anche la comandante della penitenziaria, Francesca De Musso, di fronte a quelle immagini si sia detta “sgomenta”. “Dagli agenti ci si attendeva capacità di autocontrollo e rispetto delle norme dell’ordinamento penitenziario - dice la sentenza, che ora gli imputati potranno appellare - nonché la consapevolezza di dover operare per la cura delle persone che lo Stato ha dato loro in custodia”.