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di Isabella Maselli

 

La Repubblica, 9 febbraio 2020

 

L'intervista a Oronzo De Marinis, 41 anni. Il procuratore generale Anna Maria Tosto aveva denunciato che le condizioni della casa circondariale "si avvicinano pericolosamente a quelle considerate "trattamento disumano" dalla Corte europea per i diritti dell'uomo", con riferimento al sovraffollamento (460 detenuti a fronte di una capienza di 299 posti) e alla gestione del centro clinico penitenziario.

"Eravamo in nove in una cella da tre. Se non stavo attento, la mattina sbattevo la testa al soffitto. Come leoni in gabbia". Si potrebbe riassumere in queste poche parole la testimonianza di Oronzo De Marinis, 41enne di Acquaviva delle Fonti ed ex detenuto nel carcere di Bari, dove è rimasto per qualche mese nel 2004 prima di ottenere gli arresti domiciliari in una comunità per disabili di Spinazzola.

La possibilità di scontare la sua pena fuori dalla cella, dopo una scelta di vita che ne aveva fatto uno spacciatore, gli ha permesso di diventare "Un uomo migliore". Perché, come confermano le statistiche, il tasso di recidiva è più alto per coloro che scontano l'intera pena in carcere.

Soprattutto in un carcere come quello di Bari, le cui condizioni, per usare le parole del procuratore generale Anna Maria Tosto, "Si avvicinano pericolosamente a quelle considerate "tratta· mento disumano" dalla COlte eu· ropea per i diritti dell'uomo", con riferimento al sovraffollamento (460 detenuti a fronte di una ca· pienza di 299 posti) e alla gestione del centro clinico penitenziario.

Oronzo, che dagli amici si fa chiamare Enzo, ci ha raccontato la sua esperienza - "drammatica", l'ha defmita - nel carcere di Bari, dopo essere stato arrestato nel marzo 2004 con l'accusa associazione per delinquere finalizzata a traffico e spaccio di droga. Poi, una vol ta fuori, "il mondo è cambiato".

Oggi ha una famiglia e un'impresa di costruzioni in cui ha assunto un detenuto che sta scontando la pena agli arresti domiciliari e che grazie a lui ha ottenuto un permesso per andare a lavorare.

 

Come definirebbe l'esperienza carceraria?

"È un periodo della mia vita che mi fa male ricordare. Per me il carcere è stato un'esperienza drammatica. I detenuti lì, almeno quando ci sono stato io nel2004, vivevano come leoni in gabbia: tutto il giorno fra i quattro muri della cella senza fare niente, con due sole ore d'aria nel cortile del carcere, dove in quel momento ci si ritrova in centinaia. Non c'è niente che rieduca in carcere, è il contrario. Ho visto persone peggiorare".

 

La sua cella com'era organizzata?

"Eravamo in nove in una cella da tre, con tre letti a castello a tre piani, un tavolino e un piccolissimo bagno dietro una tenda. Quando la mattina mi alzavo, se non stavo attento urtavo la testa contro il muro. In cella con noi c'era anche un detenuto in sedia a rotella che aveva difficoltà a muoversi a causa degli spazi stretti. Le docce, poi, erano in comune ed erano gli agenti a farci andare a tumo. In carcere nessuno è più padrone della sua vita, decidono anche quando ti devi lavare".

 

Ci racconti la sua giornata in carcere...

"Sveglia all'alba, fùa al bagno, colazione con latte e caffè, poi quattro o cinque ore a fumare sigarette affacciato alla finestra da dove si vedevano soltanto muri e sbane. Finalmente arrivava l'ora d'aria. Al ritorno si aspettava il pranzo. Vi lascio immaginare cosa significava mangiare in nove attomo a un tavolino previsto per tre persone. Il pomeriggio a volte giocavamo a carte, guardavamo un po' di televisione in attesa dell'altra ora d'aria. Quindi di nuovo in cella ad aspettare la cena. Ogni giomo così. Non vedevo l'ora che arrivasse la sera per andare a dormire, cofiniva quella tortura. Poi feci richiesta per andare nel cosiddetto cubicolo, la cella più piccola da tre metri per un metro e mezzo che dovrebbe essere singola ma ci stavamo in tre. Un incubo, non c'era spazio neanche per sgranchirsi le gambe. In carcere un mese ti sembra un anno. Il tempo non passa mai".

 

Dopo quattro mesi ha ottenuto i domiciliari. Cos'è cambiato?

"Da quando sono uscito il mondo è cambiato e devo ringraziare il mio avvocato, Alessio Carlucci, e il diacono Pinuccio Angelillo, che ora non c'è più, che mi hanno dato fiducia e mi hanno aiutato a intraprendere un vero percorso di reinserimento sociale. Dopo la scarcerazione ho trascorso un anno e otto mesi agli anesti domiciliari in una struttura della Cmitas a Spinazzola, una vecchia comunità di recupero per tossicodipendenti adibita a centro per disabili. Era molto malandata e io mi offiii di ristrutturarla, visto il mio passato nell'azienda edile di mio padre. Oltre a rimettere a nuovo quella struttura, quando tre volte a settimane venivano le associazioni con i ragazzi disabili li aiutavo a montare i giochi e facevo attività con loro. Poi sono li uscito a tomare nella mia Acquaviva delle Fonti, dove ho trascorso altti 18 mesi ai domiciliari con permesso lavoro in un'impresa edile".

 

Così ha finito di scontare la pena. Cosa ha imparato?

"Dopo la drammatica espelienza in carcere, per me la pena è stata davvero rieducativa. In carcere la tua vita è nelle mani di qualcun altro, non sei più padrone neanche di andare in bagno. In cella, senza fare attività, aspettando che passi il tempo fra una sigaretta e l'altra, il rischio è di rovinarsi di più. Una volta fuori, invece, ho riscopetto la bellezza di lavorare, di scegliere, di accudire la mia famiglia e anche di aiutare gli altri, come ho fatto in quella comunità. E per questo motivo ho voluto assumere nella mia impresa un ragazzo detenuto ai domiciliari, per dargli la stessa opportunità che anch'io aveva ricevuto nelle sue condizioni".