di Maria Grazia Rongo
Gazzetta del Mezzogiorno, 21 aprile 2022
Duecento ragazzi di cinque regioni del Sud Italia (Puglia, Basilicata, Calabria, Campania e Sicilia), dei quali 41 pugliesi e 10 lucani, sono al centro del progetto “Una rete per l’inclusione”, realizzata da un consorzio di enti del terzo settore sotto la direzione del Ministero della Giustizia - Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità, attraverso una serie di interventi mirati con il coinvolgimento di enti del privato sociale e imprese. Il progetto, finanziato dal PON Legalità del Ministero dell’Interno con fondi europei, della durata di sei mesi, coinvolge ragazzi prevalentemente minorenni, fra 16 e 24 anni, sottoposti a provvedimenti dell’autorità giudiziaria minorile, in carico ai Servizi minorili della Giustizia o che comunque sono entrati nel circuito penale da minorenni (di questi circa il 30 % sono donne e circa il 10 % proviene dall’Istituto “Fornelli” di Bari), e ha la finalità di costruire percorsi di inclusione sociale e riabilitazione attraverso attività di formazione al lavoro. Nei sei mesi della durata, durante i quali i ragazzi opereranno in strutture turistiche, manifatturiere e similari, percepiranno un compenso di 500 euro al mese per 25 ore lavorative.
L’iniziativa è stata presentata ieri a Bari nella Sala Giunta di Palazzo di Città dal vicensindaco Eugenio Di Sciascio insieme a Vito Genco, presidente del consorzio “Mestieri Puglia”, il direttore del Centro di Giustizia Minorile di Puglia e Basilicata Giuseppe Centomani, Piero Rossi, garante regionale dei diritti delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà. “Si tratta di una sfida che ci auguriamo di vincere - ha detto Di Scascio - perché è necessario dare una seconda possibilità a questi ragazzi e farlo con l’inserimento lavorativo è ottimale”.
Genco ha spiegato che il progetto (che ha due obbiettivi: l’inserimento in contesti sociali e la costruzione di una rete di protezione per queste persone) è stato avviato dal punto di vista teorico già a fine gennaio e che in questi giorni stanno iniziando i tirocini formativi. “Una rete per l’inclusione rappresenta un modello di intervento sul quale stiamo investendo molto negli ultimi anni e che non vede solo una proposta di addestramento professionale, che da solo non riesce a cambiare la prospettiva, ma anche di sostegno psicologico dei ragazzi rispetto alla vita e al mondo che li circonda - ha affermato Centomani.
Hanno bisogno di un accompagnamento educativo che riesca a trasformare la loro stessa idea di futuro. Il nostro intento è quello di fare in modo che sviluppino di sé l’idea di cittadini attivi e di lavoratori. L’altra idea che stiamo cercando di affermare è che non si tratta di reinserire i ragazzi in un contesto sociale, perché sono già inseriti ma in un ruolo deviante, bensì di riposizionarli nella comunità in una dimensione reciprocamente utile. Vogliamo far sì che questi ragazzi possano scoprire ed esprimere capacità e talenti che magari hanno sempre ignorato di avere a causa delle condizioni di svantaggio iniziali”.
Piero Rossi ha concluso: “I progetti che si strutturano rendono un maggior servizio ma hanno anche un valore simbolico. Le organizzazioni del terzo settore sono in grado di mantenere alto il livello di partecipazione e inclusione e in questo senso le politiche di welfare riescono anche ad avere un maggiore appeal. L’augurio è che questi ragazzi possano impiegare il tempo del progetto non solo per trovare un lavoro, quanto per accendere delle luci dentro di sé che corrispondano a una nuova consapevolezza delle loro capacità”.










