di Ilaria Dioguardi
vita.it, 10 ottobre 2026
Sono 47 gli atenei italiani che hanno un polo universitario penitenziario attivo nelle carceri. A quello dell’Università degli Studi di Bari sono iscritti circa 60 studenti detenuti. “Lavorare per il Polo significa lavorare anche per la comunità che sta fuori dall’istituto di pena: il reinserimento non riguarda soltanto chi torna libero, ma anche la qualità culturale e civile della società che lo accoglie”, dice Antonia Rubini, delegata del rettore. Il cuore dello studio universitario in carcere sono i tutor: la testimonianza di Cristian Distifano, tutor nella casa circondariale di Taranto.
La presenza dell’università in carcere “ha nella didattica il suo asse fondamentale, ma ha un significato più ampio. Significa offrire occasioni di confronto, di crescita e di elevamento culturale. Vuol dire far entrare la cultura in un luogo nel quale le opportunità di accesso alla conoscenza sono inevitabilmente più limitate”, dice Antonia Rubini, da quasi un anno delegata del rettore al Polo universitario penitenziario dell’Università di Bari “Aldo Moro”, uno dei 47 atenei italiani che hanno un polo attivo nelle carceri.
Parliamo di una realtà ancora di nicchia nel sistema universitario, ma inserita in un impegno nazionale” che gli atenei portano avanti nell’ambito della Conferenza dei rettori delle università italiane-Crui attraverso la Conferenza nazionale dei delegati dei rettori per i poli universitari penitenziari-Cnupp. Tra le persone detenute, nell’anno scolastico 2025/26 ce n’erano 1.978 iscritte all’università. Continua il viaggio di Vita nel mondo dell’università in carcere.
“Il numero dei nostri studenti tra le persone detenute sta crescendo: sono circa 60 iscritti. È appena stato pubblicato un nuovo bando per selezionare altri 20 tutor. È un investimento importante perché alla crescita del Polo deve corrispondere una capacità altrettanto forte di accompagnare i percorsi”, sottolinea Rubini. “Abbiamo i primi due studenti iscritti a Informatica e sei studenti nell’area di Agraria. Il corso che registra il maggior numero di iscritti resta il Dams. Sono dati interessanti perché restituiscono una pluralità di interessi e di aspirazioni che non possiamo ricondurre a un unico profilo”.
Il Polo dell’Università di Bari è attivo nelle case circondariali di Bari, Altamura, Taranto, Trani (maschile) e nelle case di reclusione di Turi e Trani (femminile). “L’istituto penale minorile di Bari partecipa al momento unicamente alle attività culturali del Polo in quanto i ragazzi detenuti, pur avendo fino a 25 anni, non possiedono un diploma”.
Riconoscere il diritto allo studio non basta: “Occorre costruire intorno a quel diritto relazioni istituzionali, continuità e strumenti che lo rendano realmente accessibile”, sottolinea Rubini. “In questo ultimo anno l’Università di Bari ha potenziato in maniera significativa le attività del Polo, che è potuto crescere anche grazie al sostegno del rettore Roberto Bellotti. “Abbiamo lavorato perché i percorsi universitari potessero avere maggiore continuità, il rinnovo del protocollo con l’Ufficio interdistrettuale di esecuzione penale esterna-Uiepe e con il Centro per la Giustizia minorile va letto proprio in questa direzione. Il passaggio dalla detenzione all’esecuzione penale esterna rischiava di interrompere il percorso costruito all’interno dell’istituto. Oggi abbiamo quattro studenti in esecuzione penale esterna che continuano a essere seguiti da un tutor e a beneficiare dell’esonero dalle tasse universitarie: è un ponte che prima mancava”.
“L’ampliamento dell’offerta non è stato pensato in modo astratto. Studiare in carcere è più difficile: l’accesso ai materiali, alle piattaforme e al confronto diretto con i docenti è necessariamente più limitato. Per questo i Dipartimenti che partecipano al Polo sono chiamati anche a interrogarsi sulle modalità con cui rendere realmente accessibile la didattica: dispense, presentazioni più esplicative, brevi registrazioni, lezioni in presenza quando possibile”, continua Rubini. “Non si tratta di semplificare i contenuti, ma di adattare gli strumenti alle condizioni concrete dello studio, mantenendo invariata la qualità del percorso universitario”. Se tutto procederà come previsto, “il prossimo anno dovremmo avere il primo laureato del Polo, al Dams. Ci auguriamo che possa discutere la tesi in presenza, vivendo quel momento pienamente dentro la comunità universitaria. Sarebbe un passaggio importante, non solo simbolico”.
Lavorare per il Polo “significa lavorare anche per la comunità che sta fuori dal carcere: il reinserimento non riguarda soltanto chi torna libero, ma anche la qualità culturale e civile della società che lo accoglie”. È anche da questa convinzione che nasce la rassegna cinematografica che verrò inaugurata il prossimo 12 novembre: “Un modo per portare fuori dal carcere temi, domande e storie che troppo spesso restano confinati al suo interno”. I cinque incontri previsti del cineforum si svolgeranno tra novembre 2026 e marzo 2027 presso l’aula Leogrande del Centro polifunzionale studenti dell’Università di Bari; i lungometraggi scelti hanno come fil rouge il racconto e la rappresentazione della vita dentro e fuori dal carcere.
“Uno degli obiettivi che mi sono posta è costruire una comunità intorno al Polo, fare in modo cioè che non resti una realtà conosciuta e sostenuta soltanto da chi già se ne occupa. E questa contaminazione a piccoli passi sta avvenendo. Forse la soddisfazione più bella di questo lavoro è vedere che l’Università non entra in carcere senza esserne a sua volta interrogata. Un collega ne coinvolge un altro, un Dipartimento si avvicina, cresce la curiosità e con essa la disponibilità a esserci”.
Cosa significa fare università in carcere? “Ci si muove come in una cristalleria. L’università entra in un contesto che ha regole, tempi ed esigenze di sicurezza propri, e anche ciò che all’esterno è un gesto ordinario può diventare complesso. In carcere far entrare un libro, una dispensa o un dispositivo, organizzare un incontro o una lezione richiede procedure e autorizzazioni”. E poi c’è il tema degli spazi. “Non sempre esistono luoghi adeguati nei quali studiare, incontrare i tutor, utilizzare gli strumenti informatici. Stiamo cercando di intervenire sulle condizioni concrete. La prossima settimana entreranno nei nostri istituti penitenziari 30 computer donati dall’Università di Bari: 10 saranno destinati a Taranto, dove oggi abbiamo quasi 40 studenti, gli altri saranno distribuiti nelle restanti sedi. Un computer, in questo contesto, non è semplicemente una dotazione tecnologica: significa poter lavorare sui materiali didattici, preparare un esame o una tesi con maggiore autonomia. È uno strumento attraverso il quale un diritto formalmente riconosciuto diventa un po’ più praticabile”.
La preparazione agli esami richiede inevitabilmente modalità diverse da quelle ordinarie. “I docenti mettono a disposizione materiali pensati per essere fruibili in carcere - dispense, presentazioni più esplicative, lezioni registrate - e, quando è possibile, organizziamo lezioni in presenza. Una delle esperienze a cui tengo di più è quella delle classi miste, in cui i nostri studenti entrano in istituto e seguono la lezione insieme agli studenti detenuti. Il vero cuore del Polo universitario penitenziario sono i tutor. Sono il ponte quotidiano tra il dentro e il fuori: aiutano a organizzare lo studio, a mantenere il rapporto con i docenti, a reperire i materiali, ma il loro ruolo va oltre il supporto organizzativo. Lavorano anche sulla continuità dell’impegno, sulla motivazione intrinseca e sul senso di autoefficacia, che in un percorso universitario già impegnativo diventano ancora più importanti quando si studia in condizioni di restrizione”. Al centro, il rettore dell’Università di Bari Roberto Bellotti e il direttore generale dell’Università di Bari Ernesto Somma, insieme a personale amministrativo e operatori penitenziari, presso la casa di reclusione di Taranto
Attualmente i tutor del Polo universitario penitenziario dell’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” sono nove, “tre dottorandi di ricerca e sei studenti dei corsi di laurea magistrale, selezionati attraverso uno specifico bando di Ateneo e formati per operare nel contesto penitenziario”. Rubini precisa che non si tratta di volontari: “Il tutorato è un’attività riconosciuta dall’università e richiede competenze, continuità e una chiara consapevolezza del ruolo. Abbiamo costruito un percorso di formazione specifico per i tutor del Polo. Entrare in carcere come tutor non significa soltanto conoscere procedure e servizi universitari: significa comprendere un contesto complesso, imparare a muoversi al suo interno e soprattutto accompagnare lo studente verso una crescente autonomia. Una ex tutor, concluso il proprio incarico, ha scelto di continuare a collaborare volontariamente con l’Università di Bari”, racconta Rubini. “È un segnale piccolo ma significativo: racconta quanto questa esperienza possa lasciare un legame con il Polo che continua anche oltre l’incarico formale”.
Uno dei nove tutor del Polo universitario penitenziario dell’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” è Cristian Stifano, 40 anni, laureato in Psicologia clinica e di comunità. “Sono tutor nella casa circondariale di Taranto da circa un anno. Ho deciso di fare questa esperienza perché avevo già avuto occasione di lavorare con detenuti in diversi stati di libertà, di conoscere le loro storie, i loro confini, le emozioni e i vissuti all’interno e fuori dal carcere. Credo, più che mai, che spesso sia molto difficile vedere l’uomo dietro la pena, o rendere concretamente il sistema carcerario riabilitativo e rieducativo piuttosto che semplicemente punitivo”, prosegue.
Il ruolo di tutor didattico “mi permette, attraverso una funzione ben definita e strutturata, di dare almeno in parte dignità a quel tempo, dargli uno scopo, un senso. E poi, chissà, magari per alcuni può trasformarsi anche in altro”. Stifano racconta di aver seguito personalmente tre studenti. “La maggior parte di loro è adulta e non studia da molti anni. Sarebbe difficile a priori per chiunque, studiare a una certa età, figuriamoci in un carcere”. Racconta che, per le persone detenute, “è difficile separare il ruolo del tutor didattico dalla persona. Cercano in tutti i modi di entrare in relazione, questo rende particolarmente complicato il nostro lavoro. Alcuni sono diffidenti, ti mettono alla prova, quasi ti provocano”.
“Noi tutor, con il supporto dei docenti e dei referenti di Dipartimento, abbiamo attivato e stiamo alimentando un archivio completo nel quale cataloghiamo tutto il materiale utile agli studenti detenuti, per ogni corso di laurea accessibile, per ogni insegnamento e per ogni anno. È un lavoro enorme”, sottolinea Stifano, “appena iniziato, ma che sta già dando buoni frutti in termini di efficienza, qualità del materiale e del supporto allo studio che riusciamo a offrire agli studenti detenuti. Naturalmente bisogna guardare al futuro e al medio-lungo periodo”.
Cosa significa accompagnare oggi uno studente detenuto a superare un esame? “È una soddisfazione quasi eroica. Ti senti un po’ più di un tutor: a volte amico, a volte coach, a volte semplicemente felice per avergli dato la possibilità di sentirsi capace, realizzato, di credere di poter essere altro”.
Ciò che più lo colpisce, in carcere, è “lo spirito di adattamento, che porta le persone a vedere qualsiasi cosa con occhi diversi. Ogni cosa può essere trasformata attraverso quello che hanno a disposizione. Le dispense possono trasformarsi in statue di cartapesta fatte con colla a base di sapone, dentifricio e acqua. Un uomo, per esempio, mi mostrò con grande soddisfazione un piccolo portaoggetti che si era costruito da solo utilizzando cartone recuperato da alcune confezioni, pezzi di carta ripiegati e materiale di recupero”, spiega Stifano. In un luogo “dove quasi tutto è limitato, anche le cose più semplici assumono un altro valore e la creatività diventa un modo concreto per recuperare un piccolo margine di scelta, di autonomia, forse anche di libertà. In qualche modo imparano continuamente a trasformare una mancanza in una possibilità”.









