di Tommaso Giani
Corriere Fiorentino, 16 febbraio 2023
Il nemico numero uno? Secondo il mio ex prof (e modello) Massimo ora è la competizione. A due chilometri da casa mia, il dormitorio per persone senza tetto di Santa Croce sull’Arno, abita Massimo, il mio professore di italiano al liceo. Sono passati più di vent’anni dalla mia maturità: nel frattempo lui è andato in pensione e io sono diventato un professore molto simile a lui. Quando ero un suo studente si faceva a gara, all’uscita da scuola, per salire per primi sulla Panda del prof sempre piena di libri e giornali e mai chiusa a chiave, e per vincere un passaggio a casa o un pranzo fuori porta insieme a lui. Ora invece sono io a guidare la Panda, a offrire la pizza e a fare il tassista gratis per i miei amati studenti.
Io e Massimo ci assomigliamo anche per la famiglia che non abbiamo e per la cura molto sopra la media che possiamo dedicare alla preparazione di lezioni sempre nuove per le nostre classi. L’unica differenza è nell’appartenenza di fondo che mi connota e che connotava Massimo ai tempi in cui era il mio professore: per me la Chiesa cattolica, per lui il Partito comunista (poi Pds, poi Pd, ora cane sciolto di estrema sinistra); organizzazioni che entrambi abbiamo servito fino a oggi restando sempre al piano terra delle rispettive gerarchie interne, io diacono e lui semplice attivista di partito. Appartenenze che fra l’altro, ai tempi della Chiesa di papa Francesco e del suo chiodo fisso contro le ingiustizie sociali, sono diventate molto meno lontane di quello che potevano sembrare qualche decennio fa.
Ogni tanto io e Massimo ci diamo appuntamento per parlare della vita, ma soprattutto della scuola, che lui anche da pensionato continua a frequentare, restando un bel punto di riferimento per i colleghi più giovani che, come faccio io quando ci incontriamo al bar dei cinesi, non smettono di chiedergli consigli e punti di vista. “Io glielo racconto ai colleghi più giovani delle mie gite extrascolastiche con gli alunni al concertone del Primo maggio a Roma, o degli innumerevoli viaggi di istruzione che ho fatto con le mie classi in giro per l’Italia e per l’Europa. Gli racconto che grazie a quel tempo più dilatato che ho trascorso con loro, fuori dall’aula scolastica, è aumentata tantissimo la disponibilità dei miei studenti nel cimentarsi con l’aoristo e con le altre diavolerie della lingua greca. Chiaro, io e te abbiamo una libertà di tempo che tanti nostri colleghi con figli o doppio lavoro si sognano. Però io lo consiglio sempre, ognuno con il suo stile e ognuno secondo le sue possibilità, di investire del tempo nelle relazioni con la classe e con i singoli: i dieci minuti a ricreazione a chiacchiera con loro, un’ora di buco dedicata a fare conversazione a tu per tu con quel ragazzo più in difficoltà, o anche semplicemente una gita di un giorno con la scolaresca. Quelle che possono sembrare delle perdite di tempo o dei sovrappiù, rispetto alla didattica in senso stretto, in realtà ci servono a conoscere meglio i nostri studenti e quindi a trovare delle vie sempre nuove per trasmettere loro la passione per la materia che insegniamo”.
Quando gli chiedo quale sia secondo lui il nemico pubblico numero uno della scuola italiana oggi, Massimo non si rifugia nelle risposte classiche - la burocrazia, lo smartphone compulsivo, i tagli del governo - che pure avrebbero il loro perché, ma opta per una risposta meno scontata: “Il nemico numero uno è la competizione. Le mamme del liceo la instillano ai loro figli, e causano dei danni gravi: la paranoia infinita per avere il voto più alto è cresciuta rispetto al liceo di vent’anni fa, e rischia di far perdere di vista ai ragazzi il piacere in sé dell’apprendimento, dello sviluppare un pensiero critico e del confrontarsi senza rete con insegnante e compagni.
Quindi una delle sfide più importanti per noi professori è combattere questo individualismo esasperato e insegnare la solidarietà e la giustizia sociale. È una battaglia di retroguardia, ma quando seguo i miei ex studenti su Facebook o li incontro per strada a distanza di anni, e mi raccontano la vita piena di spinta ideale che fanno mi dico che nonostante tutti i miei errori qualcosa di buono ho seminato pure io”.










