di Giusi Fasano
Corriere della Sera, 17 agosto 2026
Il primo pensiero è stato: che crudeltà non lasciare che una madre detenuta accompagni al cimitero la sua bambina più piccola. Ma poi guardi la minuscola bara bianca di Beatrice, ripensi alle brutalità che quell’esserino ha dovuto sopportare per mesi, rileggi il racconto spaventoso delle sue sorelline, e - contro tutte le tue convinzioni umane e giuridiche - ti ritrovi a pensare quello che la gente mormora davanti alla chiesa, e cioè che hanno fatto bene a non farla venire. Ma poi, pensandoci lontano dall’emotività della cerimonia: davvero hanno fatto bene? Dal punto di vista dell’ordine pubblico forse sì, perché se Manuela Aiello fosse arrivata in chiesa (permesso prima concesso e poi revocato all’ultimo momento) ci sarebbe stato il rischio di tensioni (o scontri) fra la famiglia di lei e quella dell’ex marito, padre delle sue bambine.
Umanamente parlando, invece, è difficile non provare compassione per questa madre che ha creduto fino a poche ore prima di poter salutare per l’ultima volta sua figlia. Compassione anche se davanti alla morte violenta di una piccola di due anni si fa fatica a mettere in primo piano l’umana comprensione per sua madre. Che, lo ricordiamo, è sotto accusa assieme al suo nuovo compagno proprio per aver causato quella morte a forza di botte.
Manuela Aiello al momento non porta il peso di nessuna condanna per quel che è successo a sua figlia, e dunque vale anche per lei la presunzione d’innocenza fino a prova contraria. Più che lei pare (dalle indagini) che fosse il suo nuovo compagno il violento. Era lui che, fra droga, alcol e bestemmie assortite, dava il peggio di sé prendendosela con Beatrice appena lei osava piangere o fare un piccolo capriccio. Ma se anche l’inchiesta scoprisse che sua madre non le ha mai dato nemmeno uno schiaffo, resterebbero le sue non-azioni a condannarla.
Come madre, prima ancora che come imputata. Non proteggere e difendere sua figlia dalla violenza di lui quando avrebbe potuto e dovuto. Non ascoltare le richieste disperate di aiuto delle altre due bambine che (a 7 e 9 anni) cercavano - loro sì - di prendersi cura della piccoletta. Non chiamare mai un medico, nemmeno quando Beatrice poteva (forse) ancora essere salvata. Per quanta compassione si possa provare per lei va detto che niente, nemmeno una improbabile assoluzione, potrà mai cancellare tutto questo.










