di Caterina Soffici
La Stampa, 9 ottobre 2022
Nel 2016 Shanti aveva visto morire gli amici negli attentati dell’Isis in Belgio. Devastata dalla depressione ha chiesto l’eutanasia. È morta a maggio.
Uccidersi a 23 anni perché sei sopravvissuta. Shanti De Corte il 22 marzo 2016 stava camminando nella sala partenze dell’aeroporto di Bruxelles con i compagni di scuola. Erano in gita, destinazione Italia. Prima uno scoppio, poi un altro, il buio, le grida, il sangue, le sirene, brandelli di corpi umani: le bombe dell’Isis quel giorno fecero 32 morti e 300 feriti. Shanti aveva 17 anni e quel 22 marzo si è salvata per un soffio, ma la morte le è passata troppo vicina, le si è attaccata addosso e non l’ha più lasciata. Da quel giorno ha sofferto di attacchi di panico, non riusciva più a stare in mezzo alla gente, viveva imbottita di antidepressivi, 11 pasticche al giorno, solo per sopravvivere.
Shanti De Corte ha chiesto di essere uccisa con l’eutanasia, perché non ce la faceva più a vivere. È il senso di colpa dei sopravvissuti. Primo Levi, il sopravvissuto per eccellenza, si tolse la vita gettandosi nella tromba delle scale della propria casa di Torino. Anche Shanti aveva provato a suicidarsi. Una prima volta nel 2018, un’altra nel 2020. Dopo di che ha contatto un’organizzazione che difende il diritto alla “morte dignitosa” e ha chiesto un’eutanasia per “sofferenza psichiatrica insopportabile”.
Dal giorno dell’attentato all’aeroporto di Bruxelles soffriva di una depressione gravissima e di disturbo da stress post traumatico. Era rimasta illesa fisicamente, ma la sua mente ha subito cicatrici profonde, è stata colpita al punto da non riuscire più a vivere una vita normale. Un calvario psicologico che l’ha lasciata senza forze. Era stata ricoverata a più riprese nell’ospedale psichiatrico di Anversa, la sua città.
Sui social media ha parlato spesso della sua lotta contro quella testa che la tirava giù, in un luogo dove nessuno ti può aiutare. “Con tutti gli psicofarmaci che prendo, mi sento come una fantasma che non sente più niente. Forse ci sono altre soluzioni oltre ai farmaci”. Nell’ultimo post ha scritto: “Ho riso e pianto. Fino all’ultimo giorno. Ho amato e mi è stato permesso di sentire cos’è il vero amore. Ora me ne vado in pace. Sappiate che mi mancate già”.
Si può decidere di morire a 23 anni perché la vita è insopportabile? Il suicidio è una soluzione disperata su cui è difficile pronunciarsi, abitare l’idea stessa di uccidersi è cosa incomprensibile se svincolata dall’esperienza del singolo. Nessuno potrà mai entrare nella testa di un suicida, ma Primo Levi ne I sommersi e i salvati ci ha lasciato la testimonianza più credibile di quello che passa per la testa di un sopravvissuto. Chi si è salvato vive con il senso di colpa di essere al posto di qualcun altro e nel sospetto di non meritarlo. “Hai vergogna perché sei vivo al posto di un altro? E in specie di un uomo più generoso, più sensibile, più savio, più utile, più degno di vivere di te? Non lo puoi escludere… è una supposizione, ma rode; si è annidata profonda, come un tarlo; non si vede dal di fuori, ma rode e stride…”.
Chissà se Shanti ha mai letto queste pagine prima di chiedere ai medici di mettere fine al suo dolore. È morta il 7 maggio dopo che due psichiatri hanno approvato la sua richiesta, una procedura legale in Belgio (in Europa solo in Lussemburgo e Olanda è possibile in casi come questi). La storia è venuta alla luce per il racconto della madre Marielle al canale belga VRT. La donna ha voluto parlare apertamente del dolore della figlia, della gabbia in cui era rimasta chiusa dopo gli attentati. C’erano altre soluzioni? Forse. Il suicidio di una 23enne sarebbe già di per sé una notizia tragica. Il fatto che sia morta in seguito a una richiesta di eutanasia rende tutto più complesso e infatti anche in Belgio oltre alle polemiche è stata aperta un’inchiesta. I pubblici ministeri di Anversa hanno avviato un’indagine dopo aver ricevuto denunce da un neurologo dell’ospedale Brugman di Bruxelles che ha affermato che la decisione di eutanasia per Shanti “è stata presa prematuramente”. La Commissione federale per il controllo e la valutazione dell’eutanasia ha dato parere positivo, ma il neurologo Paul Deltenre ha affermato che c’erano ancora diverse modalità di cura e trattamento disponibili per Shanti, che non sono state provate.
La vita è una cosa che ci accade. In genere anche la morte. Ma sopravvivere a un trauma così grosso, come un olocausto o un attentato, è come nascere una seconda volta, un privilegio inaspettato a scapito di altri. E forse una seconda vita qualcuno non è in grado di viverla.










