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di Errico Novi

 

Il Garantista, 25 gennaio 2015

 

Violenza sessuale nei confronti di una detenuta trans avvenuta all'interno del carcere di Baldenich, a Belluno. La procura sta trattando nel massimo riserbo l'indagine partita dalla denuncia della vittima. Sconosciuto il nome della trans, assoluto silenzio anche per quanto riguarda l'identità dell'agente di polizia penitenziaria finito nei guai.

Nel medesimo carcere c'è già stato un precedente. Qualche anno fa, sempre una trans denunciò un agente di polizia penitenziaria di avere abusato della propria posizione per costringerla a un rapporto orale. In quel caso la trans aveva però una prova a conferma di quanto detto: aveva infatti tenuto il liquido seminale in un sacchettino in modo da poter incastrare l'agente.

Le trans detenute nel carcere di Belluno occupano uno spazio tutto loro, un'ala apposita, a causa delle cure ormonali alle quali sono sottoposte per mantenere caratteristiche fisiche femminili. Nonostante la denuncia e le numerose segnalazioni che vennero fuori contemporaneamente, non si è riuscito a evitare che un caso di violenza accadesse nuovamente. A seguito di quest'ultimo potrebbero, adesso, esserci conseguenze pesanti per il carcere di Baldenich, uno dei pochi ad avere un ala apposita per le persone transessuali.

Il tema della transessualità in carcere è già stato ampliamente affrontato da Il Garantista. Sono coloro che pagano ancor di più lo scotto dell'insostenibile sistema carcerario. Se vivere la detenzione è difficile per ogni essere umano, per la transessuale lo è ancor di più. Il transessualismo non viene riconosciuto dalle direzioni carcerarie, quindi generalmente le trans sono reclusi negli istituti maschili e in reparti speciali separati per detenuti "a rischio" insieme con i collaboratori di giustizia e ai pedofili.

Nel 2010 a Empoli, per evitare questo problema della doppia punizione, era stato finanziato il progetto per l'apertura di un carcere dedicato esclusivamente alle detenute transessuali: l'allora ministro della giustizia Angelino Alfano decise di bloccare l'iniziativa. Eppure era già tutto attrezzato per trasformare la casa circondariale di Empoli, già carcere esclusivamente femminile, in penitenziario riservato ai soggetti transessuali, nel tentativo di non ghettizzarli e poter rendere concreto, oltre che agevolmente fruibile, il trattamento penitenziario stesso. La grande percentuale delle trans è in carcere per reati minori e quindi il periodo di detenzione è breve, ma nonostante ciò la carcerazione viene vissuta con molta sofferenza e frequenti sono i casi di tentativi di suicidi in cella. Molte detenute trans sono di origine sudamericana, perché penalizzate dalle condizioni di emarginazione in cui si trovano a vivere nel Paese straniero, sprovvisti di documenti, soldi e permesso di soggiorno si trovano facilmente a delinquere. E la detenuta transessuale straniera è priva del permesso di soggiorno e nell'impossibilità di ottenerlo, quindi costretta a vivere la propria carcerazione in misura pressoché isolata ed ulteriormente afflittiva.

Tali difficoltà si riflettono, ad esempio, sulle questioni pratiche connesse alla detenzione: il legame sentimentale del detenuto transessuale non ha alcuna rilevanza per la legge, e il proprio compagno o compagna non verrà mai riconosciuto come tale e ammesso a fare colloqui; le misure alternative alla detenzione non trovano applicazione, volta l'impossibilità di reperire domicili idonei o aiuti esterni.

Sulla carta, le transessuali detenute che hanno iniziato il trattamento prima dell'arresto, hanno diritto alle cure ormonali: la realtà è che non avviene quasi mai, soprattutto nei confronti di chi risulta, sulla carta d'identità, ancora un uomo. La cura ormonale non è un capriccio, il Movimento identità nazionale spiega che "senza ormoni si assiste a un abbruttimento del proprio corpo. Ci si lascia andare, subentra la depressione, l'impossibilità di realizzarsi".

Durante la sua esperienza da parlamentare, Vladimir Luxuria visitò diversi carceri, in particolare quelli con apposite sezioni per transessuali. "Nella maggior parte dei casi", spiegò, "scontano una doppia punizione: quella per il reato commesso e quella per il fatto di essere trans". Poi c'è l'associazione radicale "Certi diritti" che ogni anno organizza visite alle carceri per verificare le condizioni della transessualità.

E da tempo intraprende la battaglia per riformare la legge 164 : se nel 1982 era stata una grande conquista per il mondo trans, oggi diventa un ostacolo per chi vuole cambiare nome all'anagrafe senza necessariamente operarsi. Le detenute transessuali non operate sono coloro che rischiano ancor più discriminazione e ghettizzazione proprio perché la loro identità sessuale non corrisponde all'anagrafe. L'ennesimo caso di violenza registrata al carcere di Belluno, evidenza il fatto che le detenute transessuali sono coloro che subiscono più violenze e abusi delle guardie penitenziarie. Sempre sulle pagine de Il Garantista abbiamo riportato l'inquietante denuncia dei volontari del gruppo Calamandrana, i quali ci hanno raccontato delle continue vessazioni nei confronti delle trans avvenute nel carcere di San Vittore, a Milano.

Nel 2009 la Procura di Milano aveva cominciato ad occuparsi della faccenda. Era scattato il rinvio a giudizio nei confronti delle due guardie penitenziarie e avviato il processo. Dopo molti rinvii il processo si era concluso il 18 luglio 2013 con l'assoluzione dei due agenti "perché il fatto non sussiste". Ma la conclusione di questa storia è molto più amara e inquietante. Gabriella Sacchetti, volontaria del gruppo Calamandrana, racconta sempre al Garantista che "due protagonisti importanti di questa brutta storia sono spariti subito dopo il processo o poco prima. Di Erica, una delle trans che aveva denunciato gli abusi, è corsa voce che sia stata uccisa, ma non siamo riusciti a sapere il dove, come e quando".

Il detenuto della lettera di denuncia che abbiamo pubblicato è sparito dalla circolazione dopo che ha finito di scontare la pena. "E questo ci è molto dispiaciuto e ci ha inquietato, anche perché", conclude amaramente Gabriella Sacchetti, "li avevamo conosciuti durante il nostro volontariato ed eravamo rimasti in contatto epistolare fino a poco prima della sentenza".