di Elena Loewenthal
La Stampa, 26 dicembre 2020
La direttrice del Circolo dei lettori di Torino e la sfida del virtuale: abbiamo scoperto risorse di energia e creatività che non sapevamo di avere. Tutti abbiamo perso tanto, in questo 2020 talmente inquietante da sembrare surreale: come se il mondo fosse una astronave balzata al di là della barriera del possibile. Quasi tutto è cambiato e ogni giorno che passa ci si domanda quando e come e se tutto tornerà come prima. Al pari di tutto il resto anche la cultura si è trovata di fronte a uno scenario irriconoscibile. Ha sentito il peso del vuoto forse più di altri settori, di altre parti della nostra vita. Come le aule di scuola abbandonate, ha subìto un silenzio prepotente.
Quello dei teatri, delle sale da concerto, dei cinema, degli incontri letterari desertificati. Ha dovuto rinunciare a ogni dimensione pubblica, a quel dialogo continuo con il pubblico che è parte essenziale di ogni evento culturale. Il comparto delle arti performative e del cinema sono stati sostanzialmente cancellati a tempo indeterminato. È ancora presto, purtroppo, per fare la conta dei danni, di quel che s'è perso per strada. E quando verrà il momento, quando ci saremo lasciati alle spalle questa tempesta, bisognerà essere pronti per un inventario assai doloroso, con non poche macerie.
Sfigurata dalla pandemia, la cultura ha dovuto reinventarsi per galleggiare su questo mare furioso, e in una certa misura ce l'ha fatta. La sfida è stata quella di ripiegarsi per entrare e trovare posto fra le mura di quella casa che, durante il primo lockdown ma in fondo anche dopo, è diventata qualcosa di molto diverso da ciò che era prima. Lo spazio domestico si è tramutato nel territorio preponderante, là dove si faceva - e si fa ancora - quasi tutto. Per sopravvivere, la cultura e le arti espulse dalla realtà fisica si sono avviate a una migrazione di massa. Verso dove?
Proviamo a vedere le cose dal lato luminoso, anziché da quello oscuro. Perché in questo mondo, per fortuna, nulla è mai in bianco o nero assoluto. Tutto è nel segno delle sfumature, di quella complessità in cui c'è sempre spazio per una convivenza degli opposti. E allora, che cosa sarebbe stato questo 2020 senza la Rete? Senza la possibilità di comunicare, lavorare, svagarsi, esercitare seppure in forma miniaturizzata quella socialità che è il grosso della nostra vita? Benedetta la Rete globale, seppure al netto di tutte le riserve possibili.
La Rete è stata non solo l'unica risorsa che la cultura ha avuto per continuare a fare ed essere quello che è sempre stata. È stata anche il terreno di una resistenza tenace e di scoperte non irrilevanti, che lasceranno il segno. È vero che nulla potrà mai sostituire l'energia e la bellezza di un concerto dal vivo. Però quanti italiani rinchiusi in casa e intenti in uno svogliato zapping sono capitati per caso davanti a un concerto, a una pièce teatrale su un canale di quelli che portano numeri a due cifre e si sono soffermati perché era per loro qualcosa di nuovo? L'arte e la cultura hanno occupato spazi televisivi mai pensati prima di questa pandemia.
Il distanziamento è così potuto diventare una sorta di suo contrario, la possibilità di avvicinare un pubblico altrimenti irraggiungibile. E prima ancora, la possibilità di dimostrare che la cultura non è qualcosa di immobile, ancorato alla conservazione di sé. Reinventarsi, e continuare a farlo, può e deve diventare un processo salutare. Trasmigrare sulla Rete non è certo stato innocuo, a moltissimo si è dovuto rinunciare. Come si fa a presentare un libro in diretta Facebook e incontrare i lettori, firmare le copie? Per tenere vivo quel discorso che è la lettura ci sono voluti tenaci sforzi creativi.
C'è voluta una costante determinazione a trasformare gli ostacoli in opportunità. Ma quale autore non tra i big che si contano sulle dita di una mano si sarebbe mai sognato di presentare il suo ultimo libro di fronte a duemila persone? È vero che di "visualizzazioni" e non presenze in carne e ossa si tratta, ma proprio come il maledetto virus anche la Rete non ha confini, e così i libri hanno percorso distanze inimmaginabili prima d'ora. Purtroppo nei primi tempi della pandemia è passato il messaggio che il libro era l'ultima spiaggia nella desolazione del lockdown, poi il tiro mediatico s'è corretto e le librerie aperte pure in zona rossa hanno dato il segno opposto: leggere è sempre un'attività fondamentale!
Nel disastro economico generale i dati sulla lettura sono moderatamente incoraggianti, e speriamo che questa sia un'onda lunga irreversibile. Perché la lotta al virus è il contrario di una guerra: tutto il mondo è sullo stesso fronte. E questo ha a volte facilitato la comunicazione.
In questi mesi si è capito che la cultura è essenziale. Molti che prima non lo sapevano hanno capito che essa dà (dava?) da mangiare a svariate categorie professionali. Nel male della pandemia, nelle privazioni, in quel tanto che s'è perso e chissà se tornerà, insomma, la cultura ha trovato in sé risorse di energia e creatività che non sapeva di avere. Ma soprattutto, è stata un ossigeno provvidenziale e tutti, sia chi già lo sapeva sia chi lo ha scoperto ora, hanno toccato con mano quanto sia indispensabile per respirare.











