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di Raffaella De Santis

La Repubblica, 18 settembre 2023

Un riconoscimento a un libro che racconta la lotta di liberazione dal fascismo: “Lo dedico alle ragazze di Teheran ma in generale a tutte quelle che non si sono mai girate dall’altra parte”. Il giorno dopo la vittoria del Campiello, Benedetta Tobagi ci racconta al telefono di essere “stupitissima”. Felice per la vittoria del suo La Resistenza delle donne (Einaudi), libro corale che racconta un pezzo importante della nostra storia democratica attraverso protagoniste forti come Tina Anselmi, Ada Gobetti o Gina Negrini. “Con questo governo, il premio mi sembra un bel segnale”.

Lo ha dedicato alla memoria delle donne che non si sono girate dall’altra parte...

“E che non si girano. Le donne devono ancora lottare per far sentire la propria voce. Siamo a un anno dalle rivolte in Iran, tra le resistenti di oggi ci sono tutte le donne che si sono mobilitate per Mahsa Amini”.

Nelle piazze di Teheran cantavano “Bella ciao”...

“Per quanto sia diventata una canzone pop, inserita perfino nella Casa di carta, rimane un canto di lotta. Senta questa. Sono arrivata a Venezia il giorno prima della finale, camminavo di fretta e in Piazza San Marco, davanti a uno dei bar storici, stavano suonando Bella ciao. Ho pensato: è un segno! (ride, ndr)”.

Lei indica come spartiacque l’8 settembre...

“È un grande momento collettivo in cui le donne entrano in scena, nel solco di un maternage di massa, come ha scritto Anna Bravo, una delle “antenate” a cui ho dedicato il libro. Le donne accolgono, aiutano, nutrono gli uomini, dando loro la possibilità di unirsi alle bande partigiane. Li liberano delle divise e li restituiscono agli abiti civili. Riescono a trasformare i propri gesti quotidiani in un atto politico. Appartengono a tutte le classi sociali: donne ribelli e anticonvenzionali, più o meno istruite, anche suore. Le suore avevano in mano le carceri femminili e molti ospedali. Dall’interno del sistema hanno fatto cose prodigiose con un coraggio colossale. Ci sono sempre mille modi di non girarsi dall’altra parte”.

Mille modi di rompere gli stereotipi che inchiodano la femminilità a un’idea falsa di passività?

“Quello che accade con la Resistenza è grandioso, perché le donne, da sempre considerate invisibili, si servono di questa loro invisibilità e la usano come maschera per fare fessi i nazifascisti. Mettono in scena un teatro, sono forti, consapevoli di sé”.

“L’anello forte” è un titolo di Nuto Revelli...

“Un libro seminale che mostra la forza femminile delle donne delle campagne, donne che reggevano famiglie intere e che sono state affluenti potenti per alimentare la Resistenza nel ‘43. Un’immagine femminile vigorosa, completamente diversa da quella veicolata dal fascismo”.

Scelga due storie alle quali è particolarmente affezionata.

“Quella di Gina Negrini, una donna di origini umilissime che diventa partigiana e che dopo la guerra scivola in un rapporto tossico che la distrugge. Gina riuscirà poi a rinascere attraverso la scrittura, nonostante non abbia studiato. Sono affezionata anche a Cleonice Tomassetti, che dopo aver subito un abuso in famiglia entra nella Resistenza grazie a un grande amore, diventando un’icona. Il suo sguardo, nella foto bellissima che pubblico, mi è sembrato un messaggio a tutte le donne: non fatevi schiacciare. A proposito, ringrazio Barbara Berruti per l’aiuto nelle ricerche iconografiche”.

Il libro è stato votato da una giuria di 300 lettori, se lo aspettava?

“Mi hanno emozionata. Abbiamo al governo l’estrema destra ma evidentemente sono molte le persone mosse da altri valori. Ed è importante che siamo arrivate testa a testa io e Silvia Ballestra, autrice di un libro su Joyce Lussu”.

Si potrebbe obiettare che questa è la bolla della cultura...

“Non è così, può sembrare così perché è più facile amplificare le voci di pancia, rabbiose”.

Il fatto che abbia vinto una narrazione basata su fatti storici è un altro indicatore?

“I lettori probabilmente sono stufi di questa continua invenzione dei fatti e alterazione della storia. L’antifascismo e la Resistenza sono profondamente sotto attacco attraverso un lavoro di decostruzione e delegittimazione. Ma credo che questo accada perché la radice democratica viene percepita come pulsante e viva”.

Si attacca ciò che si teme?

“Certo, anche se al momento l’onda di destra fa più rumore. I rigurgiti della destra vanno presi sul serio ma non bisogna essere catastrofisti. Non mettiamoci sulla scia di qualcosa che viene gonfiato sui social e dallo strapotere mediatico nella tv pubblica. Le memorie dell’antifascismo e la Costituzione non possono essere trascurate, sono l’architrave della nostra società”.

Guardare al futuro rimane la molla del progressismo?

“C’è una frase di Rebecca Solnit che trovo bellissima: “Non ce ne facciamo niente della speranza quando tutto va bene. La speranza non è la stessa cosa della felicità, della fiducia o della pace interiore: è un impegno a cercare opportunità”.

Come ha festeggiato?

“Sono stata fino a tardi con mio marito in una piazza San Marco deserta, è stato bellissimo. E stasera (domenica, ndr) siamo in scena ad Arco al festival Intermittenze”.