di Luisa Grion
La Repubblica, 23 marzo 2021
Carlo Borgomeo (Fondazione con il Sud): "Recuperare gli immobili sequestrati è difficile, c'è bisogno di fondi. Il Piano chiarisca obiettivi e interventi". Bisogna uscire dall'affanno, rafforzare il sistema di recupero dei beni confiscati alla mafia e usare in modo utile i fondi, 300 milioni, destinati allo scopo dal Recovery Plan.
È l'obiettivo che si pone Carlo Borgomeo, presidente di Fondazione con il Sud, ente no profit nato dall'alleanza tra le fondazioni di origine bancaria e il mondo del terzo settore e del volontariato per promuovere lo sviluppo del Mezzogiorno. L'allarme arriva dai dati diffusi pochi giorni fa dal dossier di "Libera": dei 36.600 beni immobili confiscati dal 1982 ad oggi, il 48% sono stati destinati dall'Agenzia nazionale per le finalità istituzionali e sociali, ma 5 su 10 sono rimasti fermi.
Presidente partiamo da quei 300 milioni che il Recovery Plan, al momento, destina al recupero. Sono tanto o pochi?
"Sono un punto di partenza sufficiente per fare qualcosa di sensato. Il problema è che il testo che accompagna la destinazione del fondo è generico all'inverosimile. Si parla giustamente di potenziare i presidi della legalità nell'ambito di una gestione trasparente. Ma non si dice a chi vanno questi fondi e per fare cosa. E questa è una mancanza grave che denuncia una scarsa attenzione verso la questione".
Ovvero?
"Crediamo o no che il recupero dei beni confiscati possa essere una straordinaria opportunità di crescita per il Paese? Togliere la roba ai mafiosi è un colpo strategico, ma se poi non riesci a farci niente lanci un messaggio sbagliato. Il recupero non è fatto di avventure eroiche, di storytelling, è la possibilità di creare una economia sana e posti di lavoro in terre dove mancano. La legalità conviene".
Il recupero arranca perché la legge è superata?
"No, la legge è straordinaria, è un modello per gli altri Paesi e ha raggiunto risultati importanti. Ma ora la dimensione del problema è tale che il quadro normativo ansima".
Quali sono i punti deboli?
"Io ne vedo almeno tre. Il primo riguarda l'Agenzia nazionale: fa un lavoro eccezionale, ma si muove in un quadro normativo troppo stretto, le sue forze operative arrivano dai distacchi pubblici dove è difficile trovare le competenze industriali, finanziarie, immobiliari necessarie al recupero effettivo dei beni. Dovrebbe avere la possibilità di attingere a contratti di lavoro di diritto privato, mantenendo trasparenza e obiettivi no profit, certo. Altro punto debole é la gestione delle imprese confiscate: se è impossibile recuperarle vanno chiuse in tempi stretti".
Quando è impossibile recuperarle?
"Quando sono totalmente connesse al sistema mafioso e non c'è nulla che possa essere salvato. In questi casi, fatta salva la tutela dei lavoratori, vanno chiuse evitando costi e perdite di tempo. Poi c'è la questione dei fondi".
Pochi soldi, torniamo all'inizio...
"Basterebbe attingere al Fug, il Fondo unico di giustizia dove confluiscono i capitali e i titoli confiscati alla mafia. Oggi parte delle risorse va al bilancio dello Stato, parte si perde in mille rivoli: sarebbe importante che i capitali tornassero alla base e fossero investiti per il recupero dei beni strappati alla mafia. Altrimenti operare è difficile: l'Agenzia la scorsa estate ha messo al bando mille beni da affidare al terzo settore in base alla formulazione di progetti precisi, una scelta innovativa e importante. Ma il capitale messo sul tavolo era, in tutto, un milione: mille euro a bene. Non bastano nemmeno ad avviare una attività".











