di Andrea Zedda
Vanity Fair, 7 gennaio 2026
Trentatré anni in galera da innocente: Beniamino Zuncheddu, vittima del più grave errore giudiziario italiano, ha imparato a non odiare da Rita da Cascia. Ora che è un uomo libero, si impegna affinché la verità vinca sempre. Può davvero bastare un sorriso per alleggerire trentatré anni di prigione? Probabilmente no, e forse una risposta non esiste. Eppure è la sensazione che si prova ascoltando Beniamino Zuncheddu mentre racconta la sua storia. Tutto comincia il 28 febbraio 1991. Beniamino sta guardando il Festival di Sanremo quando alcuni agenti bussano alla porta e lo invitano a seguirli in caserma per dei semplici “accertamenti”: secondo Luigi Pinna, unico sopravvissuto alla strage di Sinnai, dove persero la vita tre persone, Zuncheddu sarebbe l’autore della mattanza. Solo trentatré anni dopo si scoprirà che quel riconoscimento era stato pilotato: un agente di polizia aveva infatti suggerito a Pinna il nome di Beniamino e gli aveva mostrato la sua foto prima dell’identificazione.
“Gli accertamenti sono durati trentatré anni”, dirà scherzando Beniamino dopo la sua scarcerazione da uomo innocente. Trentatré anni trascorsi dietro le sbarre di tre istituti diversi - Buoncammino, Uta e Badu e Carros, in Sardegna - durante i quali, pur diventando il protagonista del più grande errore giudiziario della storia della Repubblica italiana (è la persona che ha passato più anni in carcere da innocente), non ha mai perso il suo piglio allegro, né la capacità di smorzare ogni tragedia con un sorriso e una battuta.
“Beniamino si è salvato così, custodendo la verità e proclamandola incessantemente: “Sono innocente”, racconta l’avvocato Mauro Trogu nel libro Io sono innocente, scritto insieme a Zuncheddu e pubblicato da De Agostini. Quando lo sento al telefono per fissare l’intervista si coglie subito la sua estrema gentilezza e forse un filo di diffidenza: sembra ormai abituato ai giornalisti che vogliono sapere di più della sua storia. È il sardo - che mai avrei pensato potesse un giorno servirmi - ad aiutarmi a rompere la sua diffidenza: “La facciamo in sardo? Allora va bene”. La sua è una storia che nessuno crederebbe possibile, ed è proprio l’impossibile a diventare protagonista.
Come si sopravvive a un’ingiustizia così grande?
“Con la fede, e con la speranza”.
Ha provato più rabbia o rassegnazione?
“Un misto di entrambe, in carcere mi aggrappavo a tutto e a tutti i santi, soprattutto a Santa Rita”.
Chi è Santa Rita?
“La santa degli impossibili. Un giorno, in carcere, ho visto un’icona buttata vicino alla spazzatura. L’ho presa e l’ho messa dove potessero vederla tutti. Mi dava pace. Un giorno era sparita per il vento e l’ho cercata ovunque finché non l’ho trovata. Poi ho scoperto che l’avvocato Trogu era nato proprio il giorno di Santa Rita. Saranno coincidenze, ma a me hanno dato forza”.
Come si misurano trentatré anni?
“Con il tempo e con la pazienza, solo così si affronta una cosa del genere, ci si può solo adeguare”.
Contava i giorni?
“Contavo direttamente gli anni. Ero condannato all’ergastolo, ma mi aggrappavo alla speranza che prima o poi la verità sarebbe venuta a galla”.
È stata la speranza a salvarla?
“E la fede. Forse davvero Gesù esiste. Ci ho sempre creduto e mi ha aiutato in mezzo a mille tormenti, miei e della mia famiglia”.
In tutti quegli anni, quanto ha contato la sua famiglia?
“La famiglia ti salva. Tuttora mi continuano a mantenere come durante il periodo del carcere, stiamo affrontando tutto insieme, lo Stato si dimentica di te, la giustizia è un vero casino. La giustizia dovrebbe essere davvero giusta. Chi sbaglia dovrebbe pagare, ma c’è chi paga per qualcosa che non ha mai fatto”.
Oggi è libero, ma non ha ancora ricevuto un euro di risarcimento...
“Zero. Mi hanno detto che per il risarcimento ci vorranno dai cinque agli otto anni. Ho sessantuno anni, nel frattempo chi mi prende a lavorare? Come vivo? Quando devi pagare una cartella lo Stato vuole i soldi subito, ma quando dovrebbe pagare lui, allora servono anni. Per loro siamo numeri, non siamo persone”.
Per questo la raccolta firme per una nuova legge che tuteli gli ingiustamente carcerati...
“Sì. Stiamo raccogliendo firme affinché venga riconosciuto un risarcimento minimo immediato - e non definitivo - per le persone ingiustamente carcerate, i soldi giusti per poter ricominciare a vivere. Oggi se voglio andare al bar, devo chiedere i soldi ai miei fratelli o a mio cognato, e non posso nemmeno offrire ai miei amici. Sarà una piccolezza, ma mi fa stare male, se si abbandonano così le persone le si istiga a delinquere”.
In carcere è riuscito a lavorare...
“Sì ma è difficilissimo. In carcere lavoravo, ma venivo pagato una miseria. E da quei soldi dovevi togliere tutto: la spesa, l’affitto del carcere - perché sì, si paga anche quello, 112 euro al mese - la lavatrice, l’asciugatrice, ogni cosa. Se non avevi soldi, semplicemente non ti era concesso. Così non costruisci niente per il futuro. Quando esci sei più povero di quando sei entrato”.
Com’è la sua vita oggi, a due anni dall’uscita?
“Adesso sono più tranquillo. Ho ripreso peso, mangio meglio, vivo circondato dalla mia famiglia. Però dentro c’è ancora un nervoso che torna ogni tanto. Cerco di sorridere sempre, perché l’allegria salva. Se ti abbandoni, non combatti più. Se ti abbandoni, non ti salvi più. Io non voglio abbandonarmi”.
Che mondo ha trovato rispetto a quando l’aveva lasciato?
“Un mondo totalmente diverso. La gente parla molto meno, è sempre attaccata al telefono. Io a malapena lo so usare: rispondo e chiamo, ma i messaggi li faccio scrivere a mia sorella e a mia nipote”.
Lo usa per telefonare...
“A quello serve. Mentre ora si usa per tutto. Una volta si andava a trovare un amico senza avvisare, oggi prima devi mandare un messaggio e aspettare. Ora è tutto freddo. Io osservo e cerco di imparare, ma mi sembra tutto nuovo. Poi vedo le persone disperarsi per delle stupidaggini, non posso che ridere”.
C’è qualcosa che ha imparato in carcere e che oggi si porta dietro?
“Ho imparato mestieri veri: soprattutto la falegnameria. Con l’articolo 21 uscivo persino a lavorare nei bar e nei ristoranti. Il lavoro mi faceva sentire vivo, anche se poi tornavo dentro”.
Almeno a livello morale si sente risarcito?
“Moralmente sì. Perché la verità è venuta fuori. E la libertà non la paga nessuno, non esiste cifra che la possa pagare. Però il tempo perso e il modo in cui sono stato accusato fanno male allo stesso modo. Sono ferite diverse, ma restano”.
Si ricorda la prima cosa che ha pensato nel momento in cui è uscito?
“Ho pensato: “Scappa, vai via prima che qualcuno cambi idea”. Non mi sembrava possibile che mi stessero liberando davvero. Poi ho capito che era finita, o meglio, che stava finendo. Perché le battaglie non mancano: il risarcimento, la legge che vogliamo portare avanti, e aiutare chi ha subito ingiustizie come la mia”.
Prova rancore verso chi ha contribuito alla sua condanna?
“Per il poliziotto sì. Perché lui doveva essere un esempio. Se chi ti deve proteggere invece ti danneggia, allora è un problema grave. Sicuramente non sono stato l’unico innocente a finire così. Io rispetto le forze dell’ordine, tutti i lavori, ma il lavoro si deve fare come si deve, secondo la legge e la coscienza”.
E per Luigi Pinna, il testimone che venne convinto a identificarla?
“È una vittima due volte. Prima è stato ferito, poi è stato confuso e indotto a testimoniare contro di me. Era scioccato, non sapeva cosa diceva. Gli hanno messo davanti una foto e lui ha indicato quella. Non aveva via d’uscita. Io non ce l’ho con lui”.
Si è mai chiesto perché scelsero proprio lei?
“Perché ero il più scemo, quello più facile. Quello che non aveva protezioni. Presero il bersaglio più semplice, quello che poteva difendersi di meno”.
Nel libro il suo avvocato parla della cultura del dubbio, ne servirebbe di più. Cos’è per lei il dubbio?
“Io il dubbio non l’ho mai avuto, perché sapevo di essere innocente. Il problema è che non ce l’avevano gli altri. Il dubbio non conveniva, era scomodo. Ma il dubbio è fondamentale: se non c’è dubbio non c’è giustizia. Nel mio caso tutti sono andati avanti dritti, senza interrogarsi. Finché non è arrivato l’avvocato Trogu”.
Che cosa ha fatto di diverso lui?
“Ha fatto una cosa semplice ma decisiva: ha letto le carte. Le ha studiate davvero, tutte. Ci ha lavorato per anni, senza mollare. Ogni settimana mi aggiornava. Non mi ha mai lasciato solo, né come avvocato né come uomo. E poi c’è stata la procuratrice Francesca Nanni: una donna serissima, che guarda ai fatti e non alle scorciatoie. Se ci sono prove condanna, se non ci sono non condanna. È così che dovrebbe funzionare la giustizia. Con loro due è cambiato tutto”.
C’è qualcosa che ha dovuto imparare da zero nella nuova vita da uomo libero?
“Praticamente tutto. È come essere un bambino che ricomincia a camminare. Devo imparare a muovermi fuori, a usare le cose che per gli altri sono normali. Ogni giorno è una scoperta. A volte mi fa sorridere, altre volte mi mette alla prova, ma sto imparando”.
Qual è la cosa che il carcere le ha tolto più di tutto?
“La possibilità di costruire una famiglia. Quello è il dolore che non guarirà mai. Tutto il resto, in un modo o nell’altro, si aggiusta. Ma gli anni che servono per creare una vita insieme a qualcuno non tornano. Quando vedo i miei coetanei diventati nonni penso che avrei potuto essere come loro”.
Oggi come trascorre le sue giornate?
“Aiuto mia sorella in casa, do una mano a mio fratello, esco con gli amici, faccio un giro in paese. Sto molto in mezzo alla gente, perché mi fa bene. E spesso giro per raccogliere firme, perché questa battaglia non è solo mia: è per tutti quelli che hanno subito ingiustizie e non sono stati ascoltati”.
Ha un sogno oggi?
“No, non ancora. Vorrei prima chiudere tutte le cose rimaste aperte. Il risarcimento, la legge per chi subisce errori giudiziari, e dare voce a chi non ce l’ha. Anche un solo giorno da innocente in carcere ti segna per sempre. Voglio che nessuno debba vivere quello che ho vissuto io”.
C’è qualcosa che avrebbe voluto dire ai giudici che l’hanno condannata?
“Avrei voluto dirgli di mettersi nei panni di chi stanno giudicando. Di ricordarsi che loro hanno un potere enorme e che quando sbagliano loro paga un innocente. Devono essere più attenti di tutti, non meno”.
Nel nuovo film di Paolo Sorrentino, “La grazia”, viene posta una domanda: a chi appartengono i nostri giorni?
“I miei allo Stato. È lo Stato che me li ha sequestrati. Non ho più i miei giorni e nessuno me li ridarà mai indietro. Ma almeno oggi sono libero, e questo vale più di tutto”.
Nel libro dice che in carcere bisogna stringere i denti…
“Io li ho stretti… e ho perso pure quelli”.










