di Francesco Musolino
La Stampa, 26 aprile 2026
Vi è mai capitato di prendere il telefono per rispondere ad una notifica, per poi aprire in automatico TikTok o Instagram e iniziare a scrollare reel dopo reel, perdendo di vista la cognizione del tempo? E poi, quando finalmente metti giù il telefono, ti rendi conto che è trascorsa mezz’ora, un’ora o magari due. A me è successo, succede ancora oggi. Kaley, una ragazza californiana che online usava il nickname KGM, ha raccontato ai giudici di Los Angeles la sua storia: alle elementari ha iniziato a vedere cartoni animati su YouTube, approdando a Instagram alle medie, arrivando a passare sedici ore al giorno online mentre il suo corpo rispondeva in modo inequivocabile a quegli stimoli, manifestando ansia, depressione e un disturbo da dismorfismo corporeo. Il 25 marzo scorso una giuria ha condannato Meta e Google a pagare 6 milioni di dollari totali (divisi in 3 milioni di danni compensativi e 3 milioni di danni).
Sì, per la prima volta nella storia, una corte americana ha stabilito che i social media sono progettati per creare dipendenza. Non è un dettaglio, è il punto di partenza di una presa di coscienza globale. Il meccanismo ha un nome che viene direttamente dalle pagine di Lewis Carroll: “la tana del coniglio”. Entri per un secondo, ne esci un’ora dopo, o magari sedici. Non è distrazione, non è nemmeno noia ma l’uso combinato di scroll infinito, brevi clip video e notifiche push. Sono funzioni progettate consapevolmente per tenere gli utenti connessi, soprattutto i più vulnerabili, in un circuito di dopamina e ricompensa immediata. Il risultato? Più video scorriamo, più ne abbiamo bisogno per sentirci soddisfatti e intanto, la nostra soglia dell’attenzione diminuisce progressivamente mentre bombardiamo il cervello di stimoli (“brain rot”).
Partiamo da un dato: due terzi degli undicenni e dodicenni americani hanno account su piattaforme che sarebbero vietate agli under 13. Una ricerca su oltre 8. 000 ragazzi tra gli 11 e i 12 anni citata da ScienceNews, ha rilevato che chi presentava i sintomi della dipendenza dai social, un anno aveva maggiori possibilità di manifestare anche sintomi legati all’ansia e ai disturbi del sonno. Meta e Google si sono difese sostenendo che la scienza non ha ancora stabilito un nesso causale definitivo ma tardare ancora questa ammissione sarebbe folle, tenendo conto che oltre il 90 per cento degli adolescenti oggi utilizza le piattaforme social. E la soglia si sta abbassando sempre di più, semplicemente facendo leva sull’emulazione, sulla FoMo, sull’effetto gregge: se il mio compagno di banco ha l’account pur essendo under 13, perché io no? E il genitore che ancora non ha ceduto aggirando il divieto, mi sta davvero proteggendo o vuole punirmi?
I legali di Kaley hanno dichiarato di essersi ispirati alle battaglie legali contro il tabacco negli anni Novanta, quelle che portarono finalmente alle restrizioni sulle pubblicità rivolte ai giovani, prendendo atto del rischio concreto; il paragone regge perché anche allora si trattava di aziende che sapevano ma scelsero di non agire, e ci vollero anni di cause e accordi privati prima che qualcosa cambiasse sul serio. Il processo di Kaley è parte di un’azione legale che coinvolge migliaia di querelanti, centinaia di famiglie e 250 distretti scolastici americani. Intanto, nel New Mexico, un’altra giuria ha condannato Meta di Mark Zuckerberg ad una multa di 375 milioni di dollari per non aver protetto i minori dai predatori sessuali online. Non si tratta solo delle cifre ma di due sentenze storiche che creano un precedente: per la prima volta è stata ammesso uno schema ben preciso, sfruttando i momenti morti, agganciandoci con i contenuti e costruendoci una bolla attorno che divora le nostre giornate.
Volete una semplice prova? Prendete lo smartphone, selezionate Impostazioni e Tempo di Utilizzo: leggete la media d’uso giornaliera dei vostri social. È più alta di sei ore al giorno? Chiamatela con il suo nome, Social Media Addiction, chiamiamola dipendenza da social. Ci siamo dentro tutti, non è semplicemente debolezza o mancanza di piglio, perché dall’altra parte ci sono algoritmi costruiti con il preciso obiettivo di non farci più uscire dalla tana del conigli









