di Giuliana Ubbiali
Corriere della Sera, 29 aprile 2025
L’iniziativa promossa dall’Ordine degli avvocati: già donati 4 mila euro. Il cappellano, don Luciano: “Tanti sono stranieri, ma dalla strada arrivano anche italiani che non hanno niente e nessuno”. Sovraffollamento e suicidi in carcere. Più volte gli avvocati si sono mobilitati su questi temi, grandi. I bisogni spiccioli, invece, saranno anche piccole cose ma comunque impattanti sulla quotidianità dei detenuti. Lavarsi, farsi la barba, indossare una maglietta pulita. Molti di quelli che stanno dentro non hanno famiglie che arrivano con i ricambi. Tanti passano dalla strada alla cella con il poco che hanno.
E dunque, al di là dei grandi temi, il Consiglio dell’Ordine degli avvocati, in accordo con la direttrice del carcere Antonina D’Onofrio, sta promuovendo una raccolta fondi da destinare, appunto, a generi di prima necessità per i detenuti e pittura per imbiancare le celle. Fino al 31 maggio è stato aperto un conto dedicato (l’Iban è sul sito dell’Ordine). Per ora sono stati donati 4.000 euro, 2.000 dei quali dallo stesso Ordine, girando una donazione ricevuta ai tempi del Covid e rimasta inutilizzata. Stock di prodotti sono ben accetti.
È già successo che un’azienda fornisse tute da ginnastica con piccoli difetti che non potevano essere messe in vendita. Invece, piccoli quantitativi di prodotti alla spicciolata sarebbero meno gestibili sia a livello di deposito che di trasferimento e controllo in carcere. Gli avvocati si sono mobilitati dopo la visita in via Gleno, a dicembre, dove hanno colto più direttamente le necessità. Il 17 aprile, quattro avvocate consigliere hanno caricato in auto e portato in carcere 300 confezioni di shampoo doccia donati da un’azienda bergamasca e 100 confezioni di schiuma da barba forniti da un’estetista di Bergamo.
Al di là delle iniziative di mobilitazione che fanno un po’ più di rumore, in via Gleno c’è una presenza costante con lo stesso scopo. Il cappellano don Luciano Tengattini, con due diaconi, tre suore delle Poverelle di Casa Samaria e i volontari, rispondono anche ai bisogni quotidiani dei carcerati. Dai dati aggiornati al 27 maggio dal ministero della Giustizia, sono 575 e vivono negli spazi per 319 persone. “Ogni settimana, grazie alle suore, su richiesta dei detenuti, portiamo in carcere dalle 10 alle 15 borse di vestiti”, spiega don Tengattini. Non senza regole precise: “Ogni detenuto, salvo particolari esigenze e urgenze, riceve una borsa ogni due mesi”.
Non si pensi che siano i soliti stranieri allo sbando. “C’è qualche straniero in più, ma in carcere arrivano anche parecchi italiani dalla strada che spesso non hanno più rapporti con le famiglie”, sa bene il cappellano, che conosce le loro storie personali. Si parla sempre di piccole cose, in questo caso pochi soldi che arrivano dall’8 per mille. “I detenuti hanno anche un piccolo conto. Prima verifichiamo, a coloro che non hanno proprio niente versiamo 10 euro al mese per poter telefonare, oppure comprarsi qualcosina, può essere una Coca Cola o le sigarette. Pensiamo a chi fuma e improvvisamente si trova senza sigarette.
In questo modo si stemperano le tensioni già pesanti in carcere”. Lo scorso anno il rendiconto, tenendo conto dei quasi 600 detenuti, è stato di 15.000 euro. Il carcere di via Gleno è stato intitolato a don Fausto Resmini, morto a marzo 2020 per il Covid. Pensare che gli ultimi beni di prima necessità per l’igiene personale li aveva fatti arrivare lui, da una nota azienda. Entrò un camion intero di bancali, saranno stati sette anni fa. Le scorte sono agli sgoccioli.











