Corriere della Sera, 13 maggio 2025
“Si apra un tavolo di confronto”. I penalisti intervengono sulla situazione della Casa circondariale: “Svilita la funzione costituzionale della pena. Condizioni drammatiche e carenza di personale”. Sulle tensioni in carcere, con episodi di aggressioni agli agenti e di autolesionismo dei detenuti, gli avvocati penalisti di Berg sono spesso intervenuti. Pubblichiamo integralmente un nuovo intervento, nel giorno in cui è diventata pubblica la notizia che un detenuto ha appiccato fuoco nella sua cella, con un comunicato che pubblichiamo integralmente.
Nell’unico articolo della nostra Costituzione in cui si parla di carcere, l’articolo 27, i padri costituenti sentirono l’esigenza di individuare due soli canoni: “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. L’attuale situazione delle carceri italiane, a causa di molteplici fattori e dell’inerzia del legislatore negli ultimi vent’anni, è ormai lontanissima dalla realizzazione di tali nobilissimi principi, peraltro ripresi e rilanciati anche dalla stessa Legge sull’Ordinamento Penitenziario (L. 26 luglio 1975, n. 354) che quest’anno festeggia (tristemente, dato che i “suoi” alti principi sono nelle realtà disattesi) i 50 anni dalla sua entrata in vigore.
Anche le condizioni del carcere cittadino destano grande preoccupazione, come recentemente segnalato anche dall’Associazione Carcere e Territorio, da sempre molto attiva e sensibile, come noi, su questi temi. Con un tasso di sovraffollamento prossimo al 200%, la vita quotidiana dei detenuti è quanto mai difficile e gravosa perché si riduce nell’infinita attesa del fine pena senza svolgere attività lavorative o formative, costretti a vivere la maggior parte del tempo in spazi angusti, spesso insalubri, condivisi con persone sconosciute che hanno culture se non lingue diverse. A ciò si aggiunge la difficile convivenza e gestione delle persone affette da problematiche psichiatriche e/o dipendenze che in gran numero si trovano reclusi in carcere anziché essere curati in idonee strutture detentive e di cura (REMS e Comunità terapeutiche).
Tutto questo, svilisce la funzione costituzionale della pena aumentando al contempo - dati statistici alla mano - il tasso di recidiva di coloro che usciranno dal carcere dopo essere stati costretti a scontare la propria pena in queste condizioni (più volte ritenute disumane e degradanti dalla CEDU, in passato) e con limitatissimi accessi alle pene alternative alla detenzione, anche laddove giuridicamente ne sussisterebbero tutti i requisiti. Lo stesso numero di suicidi in carcere - in costante e allarmante aumento (già 30 da inizio 2025, dopo il numero “record” di 90 nell’anno passato) - depone chiaramente in tal senso, pur non avendo ancora toccato la locale Casa Circondariale.
Queste drammatiche condizioni, unitamente all’endemica carenza di personale e di risorse, si riverbera negativamente anche sulle condizioni di lavoro della Polizia Penitenziaria, del personale amministrativo e dei sanitari che operano in carcere, tutti costretti a misurarsi con numeri troppo grandi per riuscire, nonostante il costante impegno, a dare effettiva risposta ai bisogni dei detenuti (basti pensare che nel nostro carcere ci sono 4 educatori per oltre 600 detenuti…).
Di fronte a questa drammatica situazione di disagio, come Camera Penale di Bergamo non possiamo rimanere indifferenti e sentiamo il dovere, da un lato, di denunciare la politica (di ieri e di oggi) che chiaramente non ha inteso affrontare il problema “Carcere”, voltando lo sguardo altrove e relegando la Casa Circondariale - anziché a parte integrante della comunità-città, quale dovrebbe essere - a una sorta di “discarica sociale” ove relegare quei cittadini che non si ha modo di aiutare sul territorio; dall’altro, proprio a fronte dell’indifferenza di chi avrebbe la responsabilità di intervenire, di invitare tutti gli attori che operano in e attorno al Carcere (Magistratura di Sorveglianza, Direzione del Carcere, Area trattamentale, UEPE, SERD, personale sanitario, Comunità terapeutiche, Terzo settore, società civile) ad aprire un tavolo di confronto per cercare insieme soluzioni concrete e condivise, prassi operative, iniziative che possano quantomeno mitigare il problema, decongestionando il Carcere di Bergamo.
Ad esempio prevedere corsie preferenziali per i detenuti che non hanno richiesto la misura alternativa nei termini di legge; ridurre i tempi di evasione delle 199; definire un protocollo con SERD e Comunità terapeutiche per l’accesso in via provvisoria dei detenuti con dipendenze; creare canali di comunicazione diretti che consentano un rapido scambio delle informazioni tra i soggetti interessati; attivare nuove risorse rivolgendosi alle associazioni di categoria e alla Camera di Commercio.
Confidando in un positivo e celere riscontro da parte degli “addetti ai lavori”, confidiamo altresì che gli organi di stampa vorranno aiutarci a sensibilizzare la cittadinanza tutta circa la drammatica situazione delle carceri, tema sul quale convengono tutti - Magistratura, Amministrazione Penitenziaria, Avvocatura, Terzo Settore, etc. - benché storicamente divisi su altri temi tecnici, a riprova di come non vi sia davvero più tempo da perdere.
E non allarmino i recenti fatti di cronaca, stando ai quali un detenuto autorizzato al lavoro esterno, non avrebbe fatto ritorno in carcere, suicidandosi, dopo aver commesso alcuni reati tra i quali, forse, un omicidio; statistiche alla mano le revoche di misure alternative alla detenzione o permessi e autorizzazioni particolari rappresentano una percentuale infinitesimale rispetto agli esiti positivi, benché ottengano una notevole eco sui media e vengano cavalcati dai “soliti noti”, secondo i quali il carcere dovrebbe essere un luogo di vendetta, tortura e perdizione anziché di rieducazione, come vuole la nostra (splendida) Carta Costituzionale.











