di Davide Ferrario
Corriere della Sera, 5 luglio 2022
Gino Gelmi, vicepresidente di Carcere e Territorio, e Valentina Lanfranchi, Garante dei detenuti: “In cella persone con problemi mentali o di droga che dovrebbero stare altrove”. I due deceduti, 30 e 35 anni, originari del Marocco.
Il primo, 35 anni, è morto il 17 giugno. Il secondo, di 30, il 25. Uno in cella, l’altro in un secondo momento in ospedale. Erano due detenuti del carcere di Bergamo, marocchini entrambi. Cause naturali, il motivo, che escludono una morte violenta. Ma c’è un’indagine in corso per approfondire l’ipotesi che possano aver abusato di psicofarmaci o altri medicinali, o metadone.
E questo scoperchia la pentola delle problematiche di quel mondo che, per i più, fuori, non si vede e non si sente.
Gino Gelmi, vicepresidente dell’Associazione Carcere e Territorio, prende in prestito le parole del magistrato Giancarlo Caselli per sintetizzarlo in modo tanto crudo quanto efficace: “Il carcere sta diventando sempre di più una discarica sociale”. Per ora non è dato sapere se i due detenuti deceduti avessero problematiche di droga o psichiatriche, né perché fossero in cella. Quello che Gelmi vede, più in generale, è che “c’è un’incapacità di gestire queste problematiche, in aumento. Al di là degli sforzi, c’è una forte tensione per il numero e la tipologia dei detenuti”. Per esempio, dice: “Il carcere ha un servizio di psichiatria convenzionato, con il medico disponibile alcune ore, ma non basta. Diverse persone dovrebbero trovarsi in comunità, non qui. Inoltre, l’organico sanitario è in sofferenza fuori come dentro, e questo rende non facile la gestione di psicofarmaci e metadone”.
L’Associazione cerca appartamenti e lavoro, come alternativa. Nella pila di richieste di colloquio che Gelmi ha c’era anche quella di uno dei due deceduti: “Non sa quante siano le richieste di un incontro. Ma il nostro è un intervento sociale - fa presente -, mentre questo è un problema legislativo, istituzionale, di risorse”. Tanti detenuti (“si era arrivati a 540, diversi sono stati trasferiti”) rispetto alla capienza di 315 posti (sul sito del ministero della Giustizia risultano 487 presenti), tanti problemi e il cronico nodo del personale. “Sicuramente non è aumentato rispetto, invece, al numero dei detenuti, tanti con problemi mentali”.
Valentina Lanfranchi è la garante dei detenuti e sabato pomeriggio è appena uscita dal carcere dopo una lezione alle donne sulla Costituzione. Attende che sia chiarito cosa è successo: “Può capitare, penso, che un detenuto sotto terapia finga di prendere la pastiglia invece ne accumuli diverse e le prenda tutte insieme. Nonostante le buone intenzioni e il tanto lavoro, è difficile garantire il controllo in un contesto del genere. Se non si provvede prendendo delle misure adatte, casi come questi potrebbero accadere ancora”. Si sta per attivare. “Solleciteremo di nuovo il ministro e i nostri parlamentari - anticipa Lanfranchi. Bisogna che aumenti la detenzione domiciliare, ma per questo servono contributi per case e lavoro”. Parla di “sordità rispetto a questo quartiere”. Invisibile. “Ma non è che così risparmiamo. Il detenuto costa”. Cercata, non è stato possibile parlare con la direttrice del carcere.










