di Maddalena Berbenni
Corriere della Sera, 12 agosto 2023
Nessuno tocchi Caino: “Andava controllato a vista, ma gli organici sono troppo ridotti”. Poteva essere salvato Federico Gaibotti? Nell’asettica ricostruzione dell’ospedale Papa Giovanni XXIII, dove il ragazzo di 30 anni era stato ricoverato negli ultimi quattro giorni, in Psichiatria, si precisa che “purtroppo il rischio suicidario è solo riducibile e non è eliminabile in nessun contesto né ospedaliero né extra-ospedaliero”.
Come a dire che se lo scopo di Federico era quello di farla finita, nel buio più fitto del tunnel in cui si era infilato con i suoi gravi problemi di tossicodipendenza, prima o poi ci sarebbe riuscito. Ovunque. Così il pm Emanuele Marchisio aprirà un fascicolo in cui andranno i rilievi della Scientifica e gli esiti dell’autopsia fissata per mercoledì, ma allo stato non sembrano emergere profili di responsabilità.
Di sicuro, però, colpisce l’impotenza generale di fronte al più annunciato dei suicidi, all’origine perfino del reato per il quale il ragazzo era stato portato in carcere dai carabinieri: l’omicidio del padre Umberto, ucciso venerdì della scorsa settimana si ipotizza con il coltello che Federico avrebbe voluto rivolgere contro se stesso. Ritrasferito in via Gleno dopo il ricovero, l’altro ieri era stato sistemato in cella con un altro detenuto e, sulla base di protocolli specifici, privato di tutti gli oggetti con i quali avrebbe in qualche modo potuto farsi del male.
Si è tolto la vita stringendosi al collo la felpa, in pochi minuti, in bagno. In assenza della voce ufficiale della casa circondariale (nemmeno ieri è stato possibile raggiungere telefonicamente la direttrice Teresa Mazzotta), chi conosce bene la realtà carceraria finisce per riflettere sulle pesanti criticità denunciate non più tardi di due settimane fa dalla Camera penale Roberto Bruni e da Nessuno tocchi Caino. L’ong che si batte per l’abolizione della pena di morte ha visitato il carcere Don Resmini il 29 luglio, tra una tappa e l’altra nel Nord Italia.
“In casi come questo - osserva la presidente Rita Bernardini - essendo altissimo il rischio suicidario, il ragazzo avrebbe dovuto essere controllato a vista. Io credo che ci sia stata una mancanza di cautela da parte del carcere”. Sovraffollamento, organici ridotti all’osso, un elevatissimo numero di detenuti con problemi di tossicodipendenza e psichiatrici. Al telefono Bernardini sfoglia gli appunti presi a Bergamo: “Se pensiamo che i detenuti tossicodipendenti sono 300 e il 60% ha anche problemi psichiatrici, è chiaro che siamo di fronte a una polveriera. Il sistema è marcio all’origine, perché certi casi andrebbero curati prima e in luoghi diversi”.
Altri dati: con una capienza di 317 persone, la casa circondariale ne ospita più di 500 (erano 523 il 29 luglio) a fronte di 132 agenti di polizia penitenziaria quando l’organico dovrebbe contarne 234. “Chi ci lavora - precisa Bernardini - fa miracoli perché sono in pochi, anzi ad agosto, con le ferie, pochissimi. E sono abbandonati a loro stessi a gestire numeri dai quali non si scappa: i detenuti sono quasi il doppio”. Un allarme nazionale, esteso a quasi tutte le strutture italiane. Finito il giro delle carceri del Nord Italia, l’associazione ha incontrato il capo del Dap (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria) Giovanni Russo: “Da parte sua c’è la consapevolezza che la situazione è grave sia dal punto di vista strutturale sia per quanto riguarda il problema degli psichiatrici”, dice Bernardini.
Per il presidente della Camera penale, l’avvocato Enrico Pelillo, “quando una persona viene affidata allo Stato cose del genere non dovrebbero mai accadere. È una sconfitta per tutti”. Senza puntare il dito contro nessuno, anzi evidenziando “l’umanità e la dedizione che ho potuto osservare nella direttrice Mazzotta”, Pelillo ribadisce le criticità emerse: “Le statistiche sui suicidi sono un dato di fatto e sono in constante aumento”, aggiunge. Il segretario generale del Sindacato polizia penitenziaria Aldo Di Giacomo le ha ricordate proprio ieri, citando il caso di Gaibotti e quello di una donna nigeriana che si è lasciata morire a Torino: nelle carceri italiane, da inizio anno, si sono verificati 44 suicidi (a Bergamo è il secondo), nel 2022 sono stati 84 “numero record dal 2000. Purtroppo - dice Di Giacomo - abbiamo ascoltato solo dichiarazioni di vecchi e nuovi parlamentari ed esponenti di governo senza passare dalle parole ai fatti. Sino al punto di produrre una sorta di assuefazione”.
“A noi non spetta esprimere giudizi ma porre domande e io mi chiedo - afferma Gino Gelmi di Carcere e territorio - se un carcere siffatto sia il luogo adatto per gestire casi così estremi. È stata la decisione giusta quella di dimettere il ragazzo e rimandarlo in carcere?”. Gelmi aggiunge all’elenco dei problemi la mancanza di personale sanitario: “La psichiatria è sguarnita sul territorio, figuriamoci in carcere, e così il Sert”.









