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di Donatella Tiraboschi

Corriere della Sera, 24 dicembre 2024

Il vescovo Beschi in visita in via Gleno: “Come Elisabetta, vorrei diceste “no” a cosa non è giusto”. La detenuta più giovane ha 19 anni ed è finita dentro per una rapina, la più anziana ne ha 73. È il sorriso di don Fausto Resmini che segna il percorso nella visita al carcere. Le sue foto si trovano appese un po’ dovunque, sui muri e sulle porte fino all’ingresso della sezione femminile. Le sbarre del portone di ferro, oltre il quale si intravedono le 16 celle, sono addobbate con un festone verde, il colore della speranza, mentre lo stipite della porta del locale che funge da piccola chiesa (una semplice stanza con immagini sacre e sedie) è sormontato da una scritta: misericordia e perdono. Non è la porta santa che Papa Francesco aprirà a Rebibbia tra qualche giorno, ma il significato è lo stesso: credere nella possibilità di riscatto.

Le detenute aspettano il vescovo Francesco Beschi, le sue parole. Lo ringraziano, gli offrono un regalo, un portacandela con la capanna, gli affidano i messaggi incentrati sul tema dell’attesa. Ognuna delle 39 detenute declina, in modo personale, il significato di questa parola: attesa come “aspettare che finisca la mia condanna”, come “aspettare e rassicurare i miei figli”, come “poter sperare che si realizzino le mie aspettative, dopo essere sprofondata in un mare di guai e pensare di non rifare gli stessi errori”.

Suor Margherita, che con due altre consorelle vive in carcere con loro, tiene la mano sulla spalla della più giovane, 19 anni, finita dentro per una rapina sei mesi fa, mentre la più anziana ha 73 anni. Per la ragazza sarà il primo 25 dicembre in carcere, per la seconda solo l’ultimo di una lunga serie. Lunga come la serie di reati che la inchioda qui da anni. Sono donne, figlie, ma soprattutto madri a una delle quali questo Natale ha portato il regalo più bello. “Dopo due anni ho rivisto finalmente i miei tre figli, il più grande ha 15 anni ed è cresciuto tantissimo”, racconta con orgoglio.

L’emozione è forte, ma il vescovo riesce a stemperarla complimentandosi per l’esecuzione delle canzoni, rivelando come incontrandole “lo sguardo su di voi è diverso. Non mi capita di incontrare tante donne tutte insieme”, afferma strappando a tutte un sorriso, richiamando in particolare la figura di Elisabetta come la donna che “ebbe il coraggio di dire di no, chiamando suo figlio Giovanni. Ed è lo stesso no che vorrei anche voi foste capaci di dire guardando al vostro futuro, dicendo “no” a ciò che non è giusto e umilia la vostra dignità. Anche il tempo del carcere è tempo di Dio”.

Nell’accogliere il regalo delle detenute (tre pigne di ceramica realizzate nel laboratorio del carcere), la direttrice Antonina d’Onofrio richiama il valore del tempo e del dialogo, anche con la città. La presenza della presidente del Consiglio comunale Romina Riccardi e dei rappresentanti di varie associazioni testimonia la vicinanza alla struttura penitenziaria, dove, rimarca d’Onofrio, “il compito di chi lavora è di impiegare il tempo, dando valore alle persone perché possa, da luogo di costrizione, diventare di rinascita. È un percorso positivo che devono affrontare tutti per garantire la possibilità di una seconda e anche terza rinascita”.

Gli uomini che, nelle parole di Beschi alle carcerate, erano rimasti sullo sfondo, si prendono la scena nella sezione penale, dove l’aria si fa pesante in una sala dove tutte le sedie sono occupate. In piedi ci sono diversi stranieri, in lontananza arrivano urla e qualche bestemmia, mentre un detenuto si avvicina al podio per il saluto a “sua eccellenza”.

Lo pronuncia con una voce stentorea, da oratore perfetto, snocciolando, un foglio dopo l’altro, numeri e percentuali che danno l’esatta misura della gravità della situazione carceraria in Italia. “Anche a Bergamo c’è un tasso di sovraffollamento del 150% e chi parla dello svuotacarceri come regalo dello Stato alla criminalità non sa che cosa è il carcere e la sua realtà infernale. Anche gli operatori sono in emergenza, ma ci permettiamo di dire che forse una forma di apertura potrebbe servire per evitare disagi più gravi in futuro”. “Senza grazia e misericordia non si può vivere e voi stessi siete capaci di misericordia”, li rincuora il vescovo, con D’Onofrio che si impegna a reperire a breve una nuova stanza dove i 12 carcerati universitari possano trovarsi per studiare. Il brillante oratore è uno di loro. Studia Giurisprudenza con profitto.