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di Luca Bonzanni

L’Eco di Bergamo, 10 settembre 2026

Dopo alcuni mesi di tregua, toccato nuovamente il picco già registrato a ottobre 2025. Don Tengattini: “Manca un intervento delle istituzioni e la polizia penitenziaria è allo stremo”. Alle spalle ci sono mesi di “tregua”, o forse, più semplicemente, di “normalizzazione”. Invece, nelle ultime settimane il cronico sovraffollamento del carcere di Bergamo s’è fatto nuovamente acuto: e così, stando agli ultimi dati del ministero della Giustizia aggiornati a martedì, in via Gleno si è tornati a quota 610 detenuti, eguagliando il precedente primato che risaliva alla fine di ottobre 2025. Mai, da quando esistono rilevazioni puntuali e pubbliche, si erano contati tanti reclusi: sono quasi il doppio rispetto alla capienza regolamentare, fissata in 319 posti, mentre il tasso di affollamento è risalito al 191,2%, il 14° più alto tra tutti gli istituti del Paese.

Inversione di tendenza - Eppure, per qualche tempo la situazione era parsa stabilizzarsi: da aprile a Ferragosto la popolazione ristretta si è mantenuta attorno alle 575-585 unità, fino all’inversione di tendenza recente. Che ha anche alcune motivazioni fisiologiche (spesso chi può usufruire di permessi li “prende” d’estate) e che dà conto di una criticità comune a ogni livello (in Lombardia ci sono quasi 9.300 detenuti per circa 5.800 posti agibili).

“Situazioni difficilmente comprensibili” - “Purtroppo, il mondo della giustizia continua a vivere problemi di lungo periodo - riflette don Luciano Tengattini, cappellano della casa circondariale intitolata a don Fausto Resmini -: mancano interventi sostanziali da parte del governo. In questi anni si è tentato di sensibilizzare le istituzioni attraverso diverse iniziative, il Giubileo ha visto alzarsi tante voci, ma non è bastato. Ad esempio, molte persone entrano in carcere per scontare condanne definitive di pochi mesi, ma a distanza anche di dieci anni dai fatti: sono situazioni difficilmente comprensibili, che potrebbero essere regolate attraverso lavori di pubblica utilità. Tutto ciò alimenta il sovraffollamento, che pesa non solo sulla condizione degli stessi detenuti, ma anche su quella del personale: soprattutto gli agenti di Polizia penitenziaria sono allo stremo”.

I dati ufficiali del ministero della Giustizia indicano 206 agenti effettivi a fronte dei 243 previsti, ma la pianta organica è “tarata” sulla capienza regolamentare (e l’affollamento reale è quasi il doppio), mentre gli educatori sono 4 rispetto ai 6 teorici; quanto agli amministrativi, se ne contano 16 anziché 23. “Se ci fosse un incremento del personale, la quotidianità sarebbe più gestibile - sottolinea Valentina Lanfranchi, garante dei detenuti di Bergamo -. Chi ha responsabilità a livello ministeriale deve comprendere che servono più operatori, più formazione e più reinserimento”.

“Potenziare le misure alternative” - Una strada, questa, invocata da chi quotidianamente fa da ponte tra il “dentro” e il “fuori”: “La possibilità di combattere il sovraffollamento - prosegue Fausto Gritti, presidente dell’associazione Carcere e Territorio - è nel potenziamento delle misure alternative, non in una politica giudiziaria che incrementa i reati e aumenta le casistiche di ingresso in carcere. Occorre snellire i tempi della magistratura di sorveglianza ed estendere l’applicazione dell’articolo 21 (la norma che consente il lavoro esterno, ndr), per non vanificare le possibilità alloggiative e lavorative che abbiamo creato”.

“Educare alla legalità” - Sullo sfondo, un segnale incoraggiante ci sarebbe. Ma rischia, secondo molti, di rimanere solo sulla carta: “In estate è stata promulgata la legge che riguarda detenuti con tossicodipendenza e alcoldipendenza e che consente loro, a determinate condizioni, di essere affidati a comunità terapeutiche o detenzione domiciliare - ricorda Giulio Marchesi, presidente dell’Ordine degli avvocati di Bergamo -. Il problema è che le comunità o non ci sono o sono piene: siamo alla solita questione per la quale lo Stato afferma un principio la cui attuazione dipende però dalla buona volontà dei privati. Al tempo stesso, la società sta mostrando comportamenti sempre più violenti, irrispettosi dell’autorità: è anche conseguenza del fatto che, quando i rimedi della giustizia si dimostrano poco efficaci, aumenta la quota di coloro che pensano di poter fare giustizia da sé. La soluzione è sempre quella dell’educazione alla legalità”.