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di Maddalena Berbenni

Corriere della Sera, 17 maggio 2026

L’eurodeputata di Alleanza Verdi e Sinistra: “Situazione insostenibile, servono subito un indulto e strutture territoriali”. I numeri sul sovraffollamento: 590 detenuti ma la capienza è di 319. Psichiatrici e tossicodipendenti “senza una vera assistenza”. Spinta da una “forte motivazione” a trasformare in qualcosa che vada “a beneficio della collettività” l’esperienza “traumatica” vissuta tra l’11 febbraio 2023 e il 24 maggio 2024 nelle carceri ungheresi, l’eurodeputata Ilaria Salis, 41 anni, di Alleanza Verdi e Sinistra, si presenta a Bergamo per una visita a sorpresa in carcere. L’incarico glielo consente, Salis lo ha già fatto in altre città lombarde (Brescia, Pavia, Como, Milano) e non (Roma, Napoli, Reggio Calabria).

Ovunque è riemersa con un carico di storie e numeri che la spinge a ritenere necessarie “misure deflattive straordinarie, per alleggerire il prima possibile una situazione che sta diventando insostenibile”. Le declina: “Immediatamente un indulto, si potrebbe aumentare la liberazione anticipata in caso di buona condotta e bisognerebbe mettere in piedi strutture territoriali che permettano a chi non ha risorse o una rete di sostegno di accedere veramente alle misure alternative”. In pratica, “il contrario di quello che sta facendo questo governo, che pensa solo a costruire nuove carceri”.

Nella loro drammaticità, i dati sul sovraffollamento di via Gleno ormai sono una costante. Le celle potrebbero ospitare al massimo 319 detenuti. “Oggi siamo a 590 e ciò crea una serie di problematiche a cascata, dall’accesso al lavoro a quello alle cure mediche”, testimonia Salis, che nella sua visita è stata accompagnata dalla vice comandante della polizia penitenziaria Sabrina Salani. Se ci si sofferma sul tema dei “moltissimi” detenuti psichiatrici o tossicodipendenti registrati al Serd (tra i 350 e i 400), è come un cane che si morde la coda: “Chi ha problemi psichiatrici dovrebbe stare nelle Rems (le strutture dedicate, ndr), che però sono piene; chi soffre di dipendenza nelle comunità sul territorio, ma oggi hanno una lista d’attesa che arriva fino ai 18 mesi. E così, purtroppo, le carceri suppliscono a queste carenze”. Con organici allo stremo: “Capita che le visite ospedaliere saltino perché non ci sono abbastanza agenti per la scorta. Ma il dato più inquietante, secondo me, riguarda gli educatori. Un educatore qui dentro ha in carico più di 200 detenuti. Ora stanno integrando nuove figure educative e allora riusciranno a “scendere” a 130, 140 detenuti a testa”.

Lavoro, pene alternative, ritorno alla vita. “Circa 400 detenuti hanno una sentenza definitiva, ma la sezione riservata a loro, qui a Bergamo, ne potrebbe accogliere soltanto 130 o 140. Questo vuol dire che molti dei definitivi devono stare nel circondariale, dove però non sono previste attività trattamentali finalizzate al reinserimento nella società. Ci hanno anche detto che di questi 400 teoricamente il 75% avrebbe diritto a una pena alternativa, ma ora come ora solo un centinaio lavorano”. Le invasioni di cimici da letto e i problemi di manutenzione agli edifici quasi passano in secondo piano. “Ho incontrato un detenuto senza fissa dimora che ha il fine pena fra quattro mesi - racconta Salis - e non sa dove andare. Un altro qualche giorno fa ha tentato il suicidio, aveva ancora i segni sul collo”.

Dalla sua esperienza europea Salis porta l’esempio dell’Olanda, “che ha depenalizzato una serie di reati e ha chiuso quasi la metà delle carceri”, e di Svezia e Norvegia, dove il tasso di recidiva “è al 30%, in Italia siamo al 70%”. Rispetto invece al suo vissuto in Ungheria: “La cosa più pesante fu quando mi fu vietato di comunicare con la mia famiglia, mi sentivo in pericolo. Fu traumatico. Per questo non riesco a rimanere indifferente là dove vedo ingiustizie”.