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di Fabio Paravisi

Corriere della Sera, 29 settembre 2025

“Sono stato 25 anni in carcere, questa ormai è casa mia”. Ai margini della più grande area di sosta dello scalo di Orio al Serio, auto abbandonate diventano rifugio di disperati. Il racconto: “Sono stato in prigione per omicidio, da 7 anni abito qui”. “Non andare dietro la Ford”, avverte. C’è una buona ragione: “Ci sono i topi morti e poi ti gratti tutto”. Si strofina un braccio per dare l’idea. Sessanta chili d’uomo e sessant’anni portati in modo impietoso, tatuaggi sbiaditi, pochi denti, l’alluce sinistro perso per il diabete, vive nell’angolo più lontano del parcheggio P3 dell’aeroporto di Bergamo tra la Ford coi topi morti, a fianco delle altre auto ridotte a rottami, discariche e alloggi di fortuna. Ci abita da sette anni, racconta, dopo averne fatti venticinque in carcere. Dice per omicidio, chissà se è vero. Ha poca roba al mondo, ma quello che ha è qui.

Il parcheggio - Il P3 ha 1.500 posti auto sparsi in 150 mila metri quadrati tra la superstrada per Orio e l’autostrada, ma ancora nel territorio di Bergamo. In agosto nella zona delle casse è stato trovato morto un italo-argentino. È il parcheggio più lontano dallo scalo e uno dei più convenienti, chi ci entra in una mattina di settembre fatica a trovare un posto libero. La distesa di auto è punteggiata da vetture coperte da lenzuola o con l’erba alta attorno. Ogni tanto succede che qualcuno lasci l’auto in un parcheggio di Orio per poi sparire: sono mezzi rubati, usati per rapine o sul punto di essere sequestrati. Dopo un po’ le vetture coperte di polvere vengono notate e trasferite qua in fondo, lontano da quasi tutto ma non abbastanza dai turisti che guardano con sconcerto l’angolo di discarica. Ora una convenzione prevede che quindici mezzi l’anno vengano portati via dal Comune, ma a spese della Sacbo, in una ditta specializzata. Dopo gli accertamenti per stabilire la loro provenienza verranno smaltiti come rifiuti.

Le carcasse - La fila è aperta da un’Alfa Romeo, il marchio è sbiadito ma c’è ancora la targa, di Genova. La portiera è socchiusa, ci sono i sedili stesi da chi ha usato l’auto per dormire, resti di cibo, un tubetto di crema per le mani, pantaloni arrotolati e un sacchetto del Milan store. La vicina è una Bmw, la portiera è chiusa ma il finestrino non c’è più, volendo si entra da lì. I sedili in pelle beige coperti di schegge di vetro rimpiangono antichi padroni. Poi una Peugeot con la portiera presidiata da un piccolo sciame di api. Le auto vicine, una Scenic, una Seicento turbo targata Milano e un’altra Bmw, hanno un destino simile: finestrini o parabrezza a pezzi, sedili coperti di vestiti, ombrelli e rifiuti. Sulla recinzione ci sono dei jeans, stesi come ad asciugare.

L’ex carcerato - Di colpo dal fondo della fila spunta lui, con aria bellicosa. È il suo territorio, non vuole nessuno. Non dà il nome ma racconta tutto: l’infanzia in Calabria, il famoso omicidio ma senza dettagli, gli anni in diverse carceri fino al trasferimento a Bergamo per avvicinarsi ai parenti per i colloqui. Vive qui da quando è uscito dalla prigione, sette anni fa: “Per forza: dove andavo, al dormitorio con gli africani? Meglio qua”. Nelle ultime auto c’è accatastata la sua vita. C’è di tutto: sedie di plastica, vestiti, un carrello della spesa e tante ruote di bicicletta. “Loro buttano, io prendo”. Le auto hanno il parabrezza sfondato: “Qua una volta c’erano albanesi che rompevano le scatole, li ho mandati via, sono tornati e si sono vendicati”. Indica una Ford con due buchi sul parabrezza, uno piccolo e uno con incrinature che descrivono un cerchio: “Le hanno sparato, il buco piccolo è di pistola, l’altro del pallettone di un fucile a canne mozze”.

Non è facile capirsi, ogni tanto decolla un aereo e il frastuono copre tutto. Lui risponde con impazienza, agitando le mani con le dita a carciofo: non si capacita che qualcuno non capisca come trovare da mangiare e da dormire, e non si riconoscano al volo i segni dei pallettoni. Come si fa a vivere per sette anni tra i rottami di un parcheggio? “Io questo posto lo conosco da cima a fondo, di macchine distrutte ce ne sono trentadue. Faccio il custode, i turisti mi danno la mancia per tenergli d’occhio le macchine”. Indica la recinzione affacciata sulla superstrada, schiacciata da molti passaggi: “Ci sono quelli che rubano nelle macchine dei turisti, passano da lì per non farsi vedere dalle telecamere all’entrata.

Ma io ho un bastone di ferro e li caccio via e chiamo la polizia col cellulare”. Cerca di dare dignità a una scelta che dev’essere stata obbligata e prova a cacciare giù la disperazione: “Io sono pulito - assicura. Ho l’acqua, mi lavo e lavo i panni. Mangio con le mance dei turisti, dormo nella Volkswagen d’estate e in inverno vado in aeroporto, sto lì fino alle 6 del mattino, quando arrivano i viaggiatori. Lì non chiedo mai soldi, ogni tanto mi offrono un caffè. Io rispetto e mi rispettano. Non sono l’unico: la sera alle otto e mezza parte dalla stazione un autobus pieno di gente per dormire lì”. Tossisce spesso: “Prendo le medicine dal medico in stazione”. Indica il piede che spunta dalle ciabatte: “Ho perso un dito per il diabete e mi hanno dato il 70 per cento di invalidità, sono quattro soldi”. Gli hanno già detto che le auto verranno portate via, così si è costruito una tenda che sarà la sua nuova casa. Quella, è sicuro, non la sposteranno: “Perché dovrebbero? Io non do fastidio a nessuno”.

La polizia locale - Arriva una pattuglia della polizia locale, si conoscono e si salutano. Gli agenti controllano le auto, prima di portarle via dovranno fare una sanzione. Alcune non hanno la targa ma non c’è problema: le ha lui, le ripesca dal fagotto e le fa fotografare. Parte un altro aereo, fuori c’è il traffico, un’auto con targa tedesca cerca posto. Lui guarda il suo quartierino di rottami che tra poco sparirà. Quanto andrà avanti così? “Non so cos’altro posso fare. Ma credimi, è dura”. E i parenti? Si volta dall’altra parte: “Lascia perdere”.