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bergamonews.it, 15 gennaio 2021


La lettera di tre famiglie di detenuti nel carcere di Bergamo: "Soltanto giovedì mattina sono stati spostati 40 positivi al Covid-19". A seguito dei dati ufficiali del ministero della Giustizia, comunicati dal Dipartimento dell'amministrazione Penitenziaria del carcere di Bergamo (aggiornati alle 20 dell'8 gennaio scorso e pubblicati da Bergamonews mercoledì 13 gennaio), riceviamo e pubblichiamo la testimonianza di una donna, moglie di un detenuto. Nella lettera, firmata da tre famiglie di detenuti, vengono contestati i numeri diffusi dal ministero in merito ai contagi all'interno della casa circondariale.

Viene anche contestata la mancanza di chiarezza e comunicazione alle famiglie sul trasferimento dei detenuti positivi in altre strutture. "Una sera mi ha telefonato una persona che non conoscevo per dirmi che mio marito era stato portato - in quanto positivo - in un carcere milanese e mi mandava i saluti - si legge nella lettera -. La mattina seguente ho provato a telefonare al carcere di Bergamo, senza riuscire ad avere alcuna informazione, per tre lunghissimi giorni, quando finalmente qualcuno mi ha avvisata, dicendomi anche di andarmi a riprendere il pacco che avevo consegnato quando ancora pensavo che mio marito fosse lì". Ecco la lettera.

 

Gentile redazione, scrivo per portare la testimonianza mia e di tante famiglie di persone detenute nel carcere di via Gleno che - con amara sorpresa - hanno letto i numeri pubblicati ieri sul contagio, numeri purtroppo, assai lontani dalla realtà. Ed è importante che la verità e la situazione reale sia conosciuta da tutti e non solo da chi ha la sfortuna di vivere la detenzione di un proprio parente. Non sono 25 i contagiati asintomatici e una la persona in ospedale come riportano i dati... Non sappiamo chi abbia dato queste informazioni, ma i numeri sono molto più alti.

Soltanto giovedì mattina sono partite (con un autobus) oltre 40 persone positive dal carcere di via Gleno, alla volta del carcere di San Vittore. È lì che stanno spostando tutti i detenuti positivi asintomatici di Bergamo. E così è stato nei giorni scorsi verso il Covid hub di Bollate, finché anche Bollate non è diventato saturo e non ha più potuto accogliere nessuno.

Quando si viene spostati altrove, non si sa quando si torna a Bergamo. E noi non sappiamo dove sono i nostri famigliari. Prima di Natale vi è stato almeno un decesso e i contagiati sono oltre 40 per ogni sezione. Tanto che sono tutte chiuse.

Non conosciamo la situazione reale se non attraverso quello che riusciamo a sapere dai nostri figli, fratelli, mariti, padri, reclusi in condizioni drammatiche o dai loro compagni di prigionia che usano il poco tempo delle telefonate per trasmettere numeri e nomi di familiari da avvisare.

I colloqui con i familiari sono sospesi da mesi e ora consentiti (uno solo al mese, in luogo dei soliti 6 previsti) solo a chi è residente a Bergamo, con una ingiustizia nell'ingiustizia. Avete idea di cosa significhi per un bambino non vedere il proprio papà per mesi e mesi? Ecco. Questa è diventata la nostra vita.

Sono sospese tutte le attività, la scuola ma anche i colloqui con gli psicologi, le visite mediche per cui anche malattie di altra natura sono trascurate, nel silenzio generale, e spesso neanche gli avvocati vengono fatti entrare per parlare con i propri assistiti, anche se ci sono i processi, le udienze...

Viviamo nell'assenza totale di informazioni sulla salute dei nostri parenti, solo sperando che non arrivi una telefonata che ci avvisa che il nostro congiunto è malato.

Una sera mi ha telefonato una persona che non conoscevo per dirmi che mio marito era stato portato - in quanto positivo - in un carcere milanese e mi mandava i saluti. Mi diceva di non preoccuparmi. Ma come potete immaginare, non è così facile.

La mattina seguente ho provato a telefonare al carcere di Bergamo, senza riuscire ad avere alcuna informazione, per tre lunghissimi giorni, quando finalmente qualcuno mi ha avvisata, dicendomi anche di andarmi a riprendere il pacco che avevo consegnato quando ancora pensavo che mio marito fosse lì.

Allora mi chiedo e vi chiedo se questo è un modo di comportarsi civile e degno di uno stato civile.

E mi chiedo anche cosa stanno facendo le istituzioni che di questo dovrebbero preoccuparsi. Dove è il Comune e il suo Sindaco che pure ha tanto frequentato il carcere per celebrare altri (importanti, per carità) progetti? non potrebbe andare e almeno dare la propria vicinanza? Dove è il garante dei detenuti che abbiamo provato a contattare, scoprendo che il numero di telefono riportato non è del Comune e lei è irraggiungibile da mesi anche via email? Dove è carcere e territorio che pure dovrebbe occuparsi dei detenuti? invece di scrivere ai parlamentari, per improbabili proposte di legge, non potrebbe affacciarsi dentro il carcere e presidiare dove noi non possiamo?

I nostri cari avranno anche sbagliato e sono lì perché condannati, ma quanto stanno subendo è ingiusto e drammatico. E nessuno ne sta parlando.

Nessuno di noi, presi da altro, ha mai scritto alla stampa, ma leggere dei 25 contagiati è stata una pugnalata per chi conosce la situazione reale e abbiamo deciso per questo di scrivere queste poche righe. Sappiamo che tutti stanno affrontando un momento difficile. Ma quello che chiediamo è che quanto meno l'informazione non sia mistificata.

(Lettera firmata da tre famiglie di detenuti)