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di Marco Bibbià

 

Avvenire, 30 luglio 2020

 

La storia del Comitato che dal 1982 è impegnato nella città lombarda per garantire la finalità riabilitativa della detenzione: "Abbiamo reso l'intera comunità responsabile partecipe del progetto, concedendo fiducia e fornendo occasioni di riscatto".

C'era una volta il carcere chiuso e inaccessibile, dove chi entrava rivedeva la luce a fine pena, senza contatti con il mondo esterno. Poi qualcosa è cambiato. Da Bergamo è partita la scintilla di un percorso nuovo che ha permesso di rendere più permeabile la barriera tra la società civile e chi è recluso.

Lo racconta il professor Oliviero Arzuffi nel volume "Carcere e territorio - quarant'anni di storia bergamasca", storia del comitato che negli ultimi decenni si è impegnato per garantire la finalità rieducativa della detenzione, in applicazione dell'art. 27 della Costituzione. Un'esperienza nata negli anni bui del terrorismo.

"Nell'estate del 1982 - spiega Arzuffi, tra i fondatori del comitato - avendo assistito al processo per i reati compiuti dagli esponenti di Prima Linea durante gli "anni di piombo", ci chiedemmo chiesero se era lecito starsene con le mani in mano davanti al destino di questi ragazzi, bergamaschi per lo più. E se le loro colpe non riguardassero in qualche modo anche la nostra città".

La risposta arrivò in fretta: "Il delitto o la devianza non sono solo la conseguenza di una scelta personale, ma anche l'esito di meccanismi, di stili di vita, di disvalori presenti in una comunità". E l'impegno seguì di conseguenza. Prima il difficile dialogo con l'istituzione carceraria per convincerla della necessità di aprire il portone ai volontari, poi il faticoso avvio delle prime attività educative e culturali all'interno della struttura.

Fino alle tante iniziative fiorite negli anni anche all'esterno, per dar modo ai detenuti di sperimentare un graduale reinserimento nel tessuto sociale. "La terza fase, che va dalla fine del primo decennio del secolo ad oggi - continua Arzuffi - è imperniata sull'elaborazione di una precisa metodologia di intervento per rendere sempre più efficaci i progetti, elaborati con la partecipazione di molteplici realtà di territorio, sia istituzionali che del Terzo Settore".

Il risultato è tangibile: l'intera comunità si sente responsabile partecipe del progetto di riabilitazione, concedendo fiducia e fornendo occasioni di riscatto. Il detenuto non è più visto come un reietto, ma come un "fratello" che è scivolato, cui tendere una mano per aiutarlo a rialzarsi.