di Maddalena Berbenni
Corriere della Sera, 31 luglio 2024
Don Luciano portava all’esterno le lettere dei carcerati: le regole violate “a fin di bene”. “Alla cortese attenzione del direttore di codesto istituto; noi tutti detenuti della casa circondariale chiediamo che don Luciano torni tra noi”. Invece, don Luciano Tengattini è stato revocato dal ruolo di cappellano del carcere intitolato al suo predecessore, quel don Fausto Resmini di cui ha colmato il vuoto dopo la drammatica morte per Covid a marzo 2020. E, allo stato, nessuno sa se si tratti di una decisione definitiva o se ci sia margine per un reinserimento, come chiesto dagli ospiti di via Gleno in una lettera scritta in stampatello, su un foglio a quadretti accompagnato dalle firme di ciascuno, suddivise per sezione e numero di cella. In pochissimi non hanno aderito.
Proprio lettere scritte da detenuti sono al centro della vicenda, delicata perché intreccia questioni normative, ovviamente prioritarie all’interno di un penitenziario, a ragioni più organizzative e umane, di rapporti costruiti con fatica giorno dopo giorno. Il 19 luglio, mentre stava per accedere alla casa circondariale, a don Tengattini, 58 anni, di Paratico, la polizia penitenziaria ha chiesto di mostrare cosa avesse con sé. Si è scoperto così che stava introducendo tre lettere affidategli da un paio di detenuti. Ha poi spiegato che si era semplicemente prestato ad affrancare i francobolli e aggiungere i codici di avviamento postale, tanto che le missive sono state restituite agli autori. Ma le norme del carcere vietano di portare all’esterno e riportare dentro, senza autorizzazione, lettere o altri oggetti. Perciò, la direttrice Antonina D’Onofrio, subentrata a inizio anno a Teresa Mazzotta, ha deciso per una sospensione o revoca. Non è dato sapere precisamente di cosa si tratti. D’Onofrio, che in queste settimane è assente per un periodo di vacanza, ieri era irraggiungibile anche telefonicamente. Né parla il diretto interessato, al cui silenzio si somma quello dell’altro cappellano, don Dario Acquaroli, mentre il vescovo Francesco Beschi, che sarebbe stato informato giusto prima della partenza per Cuba, sta rientrando in queste ore e non ha ancora avuto modo di occuparsi della cosa. Fatto sta che il cappellano non può più prestare servizio, anche se il suo intento era chiaramente buono. E a molti è tornato in mente don Fausto e il suo tribolare fino all’ultimo per non lasciare mai solo nessuno.
Carcere di Bergamo, sospeso il cappellano. La raccolta firme dei detenuti
Nel loro appello, i detenuti ricordano l’aiuto morale ma anche economico ricevuto da don Luciano, il sostegno nel riconciliarsi “con le proprie famiglie e i propri figli” e il conforto “che troviamo in lui nel momento del bisogno”. Valentina Lanfranchi, che ogni giorno, domeniche comprese, nella sua veste di garante dei detenuti fa ingresso in via Gleno, ieri ha incontrato due di loro, per altre ragioni, ma anche a lei hanno raccontato della raccolta firme. Ne parlano con familiari, avvocati, volontari. “Non conosco le ragioni che hanno portato al provvedimento - afferma Lanfranchi - ma per me don Luciano è un cappellano molto presente, apprezzato e vicino ai detenuti. L’ho visto quindici giorni fa all’ultima messa e spero si tratti di una sospensione temporanea. Lui, come don Dario, sono i pilastri della vita democratica del carcere”. Sulla stessa linea Gino Gelmi di Carcere e Territorio: “Quella di don Luciano - dice Gelmi - è una figura assolutamente positiva, non capiamo un provvedimento così duro a fronte di una motivazione che non appare così grave. Il suo sbaglio è frutto di un eccesso di disponibilità”.
Tutto questo, calato in una realtà durissima. In base al recente dossier dell’associazione Antigone, al 30 giugno le persone in via Gleno erano 575. Con 319 posti regolari, significa un tasso di sovraffollamento superiore al 180% (nel 2023 era 164%), che cozza con la carenza di personale nella polizia penitenziaria e piaghe come quelle della dipendenza da droghe e del disagio psichiatrico, diffuse tra moltissimi detenuti. Da inizio anno, inoltre, a livello nazionale sono state introdotte restrizioni sulla possibilità di uscire dalle celle. Incombe il decreto legislativo del Governo, “ma è inutile e dannoso varare leggi se non si prevedono risorse”, nota Gelmi. L’avvocato Enrico Pelillo, presidente della Camera penale “Roberto Burini”, tocca il tema dei suicidi.










