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piacenzasera.it, 25 settembre 2023

“Tutelare l’opera d’arte uomo”. L’artista è sempre politico? Muoversi da questo interrogativo per compiere un lungo, stimolante, appassionato percorso tra l’afasia della politica dei nostri giorni e l’irrinunciabilità del valore sovversivo dell’arte, accompagnati da due personaggi tanto diversi quanto dirompenti come Alessandro Bergonzoni e Luigi Manconi. In tanti l’hanno affrontato, grazie all’incontro proposto dal Festival del Pensare Contemporaneo sabato sera in un Palazzo Xnl completamente esaurito, tra il funambolo delle parole e il sociologo e politico che ha studiato i mondi della sofferenza e dell’esclusione sociale, moderati dalla giornalista di Repubblica Lara Crinò.

L’arte può fare politica? Bergonzoni ha risposto a questa prima domanda ricordando la performance realizzata a Firenze al Museo degli Uffizi dedicata a Stefano Cucchi: “Ho messo in contatto il direttore degli Uffizi e un direttore di carcere per porre il tema di tutelare l’opera d’arte uomo. Così in un’installazione ho messo a fianco un Giotto e un Cimabue all’immagine di Stefano Cucchi in dissolvenza e assolvenza, per ricordare che anche le persone in carcere sono degne di essere conservate”. “La parola chiave di questa sera è la congiungivite, il congiungere deve essere il nostro imperativo”.

Sollecitazione linguistica subito colta da Manconi, che ha sostenuto come “il tema del congiungere è davvero decisivo”. “Tutto quello che cerco di fare nasce - ha proseguito - dall’assunto che davvero tutto è politica, tanto che penso anche la politica sia un’arte, purché sia fatta con intelligenza e zelo. Arte e politica coincidono anche perché entrambe dovrebbero curarsi del benessere degli associati”. E poi ha raccontato un episodio legato alla realtà carceraria a lungo studiata. “Quando portai Roberto Benigni nel carcere di Opera, ad un tratto prese una decisione importantissima, si astenne da qualunque intervento di natura comica, ma lesse soltanto la Divina Commedia. Il pubblico lì presente ignorava più o meno tutto e Benigni fece la lettura con un impegno quasi agonistico, con lo scopo di coinvolgere anche fisicamente i detenuti. Si faticò a partire ma poi esplose. Si concentrò in particolare sulla sezione del pubblico dei detenuti ad alta sicurezza, facendo una lunga e appassionata esaltazione dell’arte.

Benigni spiegò cosa può essere la poesia per un essere umano, ma il passaggio cruciale di quella performance straordinaria non erano tanto le sue parole quanto il ritenere le persone che lo ascoltavano degne di quella esibizione. Nel fondo del male del carcere l’essere umano conserva ancora una tale dignità che anche lì può essere in grado di cogliere la poesia. Non esiste sfera dell’individuo dove sia precluso il senso della bellezza. Nessuno aveva mai detto a quei detenuti che il nocciolo della loro persona era il sentire e il patire. In quella circostanza unica ho visto l’arte e anche la politica, perché ho visto una potenzialità di trasformazione. Aveva risuonato così potente la forza della poesia, insieme alla capacità di portarla al cospetto di tutti, tanto da farne un gesto politico”.

Bergonzoni si è misurato con il tema della potenza sovversiva dell’arte. “La politica non ha idea del perdono, della meraviglia, se la politica si desse all’arte contemporanea sarebbe meglio, io la chiamo la danza del mentre, ovvero il pensiero contemporaneo”. E ancora sul filo del gioco lessicale e surreale: “C’è un problema di nascite perché tutto è inconcepibile”.

Manconi ha toccato il dramma dell’immigrazione rievocando il tragico naufragio sulle coste calabresi di Cutro e quella “disastrosa conferenza stampa del governo Meloni, quando la premier si dimenticò di salutare i parenti delle vittime”. “Quella conferenza fu un fatto eccezionalmente irreligioso, - ha rimarcato - di offesa alla dimensione del sacro”. “Come si fa non andare incontro alla morte a non fermarsi a meditarci sopra - si è chiesto - come si fa a non dedicarle un pensiero, se non per una cupa volontà di negare il sacro. Sappiate che il sacro non è il fondamento di un rito, ma di un legame, rappresenta la consapevolezza di un destino comune, la condivisione di un futuro di salvezza o di perdizione.

L’omaggio mancato ai parenti delle vittime di quella tragedia del mare è stata una manifestazione pagana fondata sulla miscredenza, a dimostrare un’assenza di consapevolezza di ciò che costituisce un legame”. E poi ha puntualizzato: “Stiamo parlando di un governo che non piace a gran parte di questa platea, ma c’è un tema più grande che va oltre la critica a questo governo e riguarda l’intera classe politica, quello dell’afasia della politica e la sua non vita. Mi chiedo se non ci siano spazi dove i cittadini possano vivere politicamente”.

E con un richiamo all’attualità ha aggiunto: “Dietro alle contestazioni nei confronti della candidatura di Marco Cappato (presente in sala, ndr) al collegio di Monza, esponente che si è battuto per porre in maniera forte il tema del fine vita che la politica non è in grado di risolvere con una legge sull’autodeterminazione dell’individuo, c’è esattamente l’espressione più vivida di questa negazione del sacro. Quanto vi sia di politico nel dolore del malato terminale non viene compreso oggi, mentre il primo compito della politica è proprio quello di chinarsi al capezzale della persona che soffre, solo lì può trovare una ragione nobile e alta per esistere”.

Ancora allusioni e giravolte lessicali e semantiche nel discorso di Bergonzoni: “Se non hai una costituzione interiore non serve la Costituzione. Mi chiedo perché devo sempre ammalarmi per capire il tumore, devo essere in fin di vita per capire la bellezza della vita? Ci dicono che si imparano le verità solo soffrendo, questo lo trovo insopportabile, perché non è possibile farlo prima nella gioia?” E un finale dal sapore tutto letterario: “Le persone sono libri e molte di loro stanno andando al macero, e noi non le abbiamo mai lette”.