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di Adriano Rizzi*

Il Domani, 30 settembre 2026

Portare i libri nei penitenziari significa portare dentro un luogo chiuso qualcosa che, per sua natura, tende ad aprire: uno spazio, un tempo, una possibilità. Ed è questo che CoopCulture ha fatto dal 2012 con il progetto sperimentale “Sistema Biblioteche Carcerarie Regione Marche”. Un progetto che è anche un modello di professionalità. Entrare in carcere con un libro significa portare dentro un luogo chiuso qualcosa che, per sua natura, tende ad aprire: uno spazio, un tempo, una possibilità. Ed è questo che CoopCulture ha fatto dal 2012 con il progetto sperimentale “Sistema Biblioteche Carcerarie Regione Marche”, trasformandolo in un servizio strutturato, garantendo coordinamento, bibliotecari qualificati e continuità gestionale.

La lettura in carcere non è soltanto un’attività culturale, è uno strumento attraverso il quale il detenuto può mantenere una dimensione di autonomia, relazione e partecipazione. In un ambiente nel quale tempi, spazi e comportamenti sono regolati, scegliere un libro significa esercitare una possibilità di scelta. Significa poter decidere quali storie incontrare, quali conoscenze approfondire, quali domande porsi. È anche per questo che la biblioteca rappresenta un servizio particolarmente significativo all’interno degli istituti penitenziari. Uno spazio capace di restituire centralità alla persona e di creare connessioni tra il dentro e il fuori.

Grazie alla L.R. 28 del 2008 e al successivo protocollo d’intesa, il progetto è diventato un sistema attivo nelle sei strutture penitenziarie marchigiane. Nel tempo il patrimonio ha raggiunto circa 36mila volumi, i prestiti sono diventati migliaia ogni anno e circa ottanta persone detenute sono state formate per collaborare alla gestione delle biblioteche. Per alcune si sono aperte ulteriori opportunità attraverso tirocini e borse lavoro. Numeri che raccontano la dimensione del servizio, ma non ne restituiscono completamente il valore.

Per comprendere il valore della lettura in carcere occorre guardare alle relazioni e alle esperienze che possono nascere intorno ai libri. La lettura consente innanzitutto di attraversare, almeno con la mente, i confini fisici del luogo in cui ci si trova. Un romanzo permette di entrare in una storia diversa dalla propria; un saggio offre nuove conoscenze; la poesia può dare forma a emozioni difficili da esprimere. Il libro diventa uno spazio nel quale continuare a conoscere il mondo, ma la lettura può essere anche un terreno comune, capace di mettere in relazione persone diverse.

A Fossombrone, detenuti, studenti e magistrati si sono ritrovati nella stessa stanza intorno a un libro. Non più ruoli contrapposti, ma persone chiamate a leggere, ascoltare e confrontarsi. La presenza di chi rappresentava la giustizia accanto a chi stava scontando una pena ha contribuito ad abbattere distanze e pregiudizi, aprendo una breccia nel muro costruito dalla paura e dal giudizio. Un’altra dimensione fondamentale è quella familiare.

Con “Liberi di leggere” e “Nati per Leggere in carcere”, il libro è diventato uno strumento per sostenere la relazione tra genitori detenuti e figli. Tra il 2019 e il 2023, nella Casa circondariale di Pesaro, gli incontri hanno coinvolto 184 bambini e 322 adulti. Seduti insieme su tappeti e coperte, genitori e figli hanno condiviso storie, parole e gesti di normalità. Portare una biblioteca all’interno di un istituto penitenziario significa progettare un servizio capace di confrontarsi con un ambiente complesso.

Alle competenze biblioteconomiche devono affiancarsi capacità relazionali, conoscenza delle procedure, attenzione alla sicurezza e capacità di lavorare in rete. La biblioteca diventa così parte di un sistema più ampio nel quale collaborano direzioni degli istituti, educatori, agenti di polizia penitenziaria, istituzioni, biblioteche del territorio, volontari e operatori culturali. La collaborazione con la regione Marche e con l’Amministrazione penitenziaria è stata determinante. Direttori, educatori e agenti hanno contribuito alla realizzazione delle attività, permettendo alla biblioteca di entrare nella quotidianità degli istituti e di diventare parte dei percorsi educativi e di relazione.

La lettura non cancella la condizione detentiva, però può aprire spazi di pensiero, relazione e scelta, contribuendo a restituire alla persona una dimensione che il contesto carcerario rischia di comprimere: quella della propria individualità. La biblioteca in carcere diventa quindi uno spazio nel quale continuare a scegliere, conoscere, immaginare e incontrare gli altri. In questa prospettiva, CoopCulture continua a portare la cultura nei contesti di frontiera, mettendo competenze e professionalità al servizio delle persone, costruendo occasioni di accesso, relazione e partecipazione anche dove le barriere sono più forti. E ogni volta che un libro attraversa il cancello di un carcere, quella frontiera diventa un po’ più permeabile. Il progetto è anche un modello di professionalità ed è in questo senso che assume forte significato l’espressione “bibliotecari di frontiera”.

Come ben sottolinea Lorenzo Sabbatini, bibliotecario e collaboratore di CoopCulture, che ha seguito l’iniziativa sin dalle origini, la frontiera non è soltanto un confine difficile, ma un punto di osservazione privilegiato dal quale guardare oltre le barriere e intravedere possibilità dove altri vedono soltanto limiti. Per CoopCulture, presente con le sue attività in oltre 200 biblioteche in tutta Italia, questo percorso è stato l’esempio concreto di come la lettura possa raggiungere contesti non convenzionali e contribuire a costruire opportunità di partecipazione, apprendimento e inclusione. Con l’obiettivo e l’auspicio che questa esperienza sia in tanti luoghi sempre più praticata.

*Presidente di CoopCulture