sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Damiano Francesco Pujia*

Il Dubbio, 30 giugno 2026

Anche all’ultimo Salone del Libro di Torino si è discusso di iniziative culturali e reinserimento sociale, in un seminario il cui titolo presentava una prospettiva e un problema: “Oltre la pena: percorsi di riconnessione sociale e cittadinanza attiva”. La prospettiva è quella delineata dall’articolo 27 della Costituzione. Il problema è capire se oggi esista davvero qualcosa oltre la pena. Al XXII Rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione, dall’eloquente titolo “Tutto chiuso”, è allegata una lettera scritta dalla redazione di Radio Rebibbia/Jailhouse Rock, in cui si lamentano problemi di “vita quotidiana” come quelli della carenza del vitto, della difficoltà a incontrare lo psicologo, delle visite ospedaliere che saltano, dell’estate che, come ogni anno, trasforma l’Istituto in un “forno”.

Sembrano problemi “da poco”, ma chi conosce la realtà penitenziaria sa bene che sono proprio le “piccole cose” ad assumere importanza in carcere.

Eppure, sembra che per buona parte della società libera “oltre la pena” e “durante la pena” non debba esserci proprio nulla. Quando un detenuto ottiene un permesso o torna in libertà dopo aver espiato la condanna, una parte consistente dell’opinione pubblica reagisce con indignazione. Il carcere torna al centro del dibattito nel momento dello scandalo, della tragedia o della polemica politica. Il processo mediatico trasforma il reato da fatto commesso a identità permanente della persona. L’imputato, il detenuto, il condannato finiscono per coincidere integralmente con la loro colpa. Nella percezione del pubblico, la pena detentiva sembra doversi trasformare in una “morte civile”. Non più soltanto limitazione della libertà personale, ma cancellazione simbolica della persona dallo spazio della cittadinanza, delle relazioni e della cultura.

Le iniziative culturali - dentro e fuori il carcere - di cui si è parlato al Salone del Libro assumono allora un significato particolare. I libri, dentro e fuori il carcere, non servono soltanto a custodire memoria o a riempire scaffali. Servono a impedire che l’essere umano venga ridotto a un numero o alla sua colpa. Nella civiltà europea si è fatta strada l’idea che l’uomo possa e debba essere sempre qualcosa di più del proprio errore. È una convinzione che assume un significato ancora più forte nell’ottantesimo anniversario della Repubblica italiana, nata dalle rovine della guerra, delle deportazioni, delle persecuzioni politiche e delle carceri disumane. Regina Coeli, Via Tasso, Ventotene, Fossoli, le Fosse Ardeatine, Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema non sono soltanto luoghi della memoria. Sono il segno di ciò che accade quando la degradazione dell’essere umano diventa metodo. E dovremmo ricordarlo oggi, in un tempo nel quale la disumanizzazione è tornata a occupare il linguaggio pubblico, anche a livello internazionale.

Sembra riaffiorare l’idea che è umano soltanto chi è più forte o appartiene alla parte ritenuta giusta. L’altro - il vinto, il nemico, il prigioniero - viene gradualmente privato della sua dignità di essere umano. Quando una società inizia a distinguere le persone in base al grado di umanità loro riconosciuto, si dissolve inevitabilmente anche l’idea di collettività fondata sulla solidarietà.

È per questo che occorre guardare al carcere come uno dei luoghi più importanti del territorio di una Repubblica democratica, fondata sul lavoro, costituzionale. Nel carcere in particolare si misura la capacità dello Stato di continuare a riconoscere umanità nelle persone. Lo stato delle carceri - come segnalato da molti - individua il grado di civiltà raggiunto da un ordinamento. L’articolo 27, comma 3°, della Costituzione non è stato il frutto di un astratto esercizio teorico. È nato dalla cruda verità della storia, dall’esperienza europea della disumanizzazione.

Ancora oggi, si ripropone l’interrogativo se il reinserimento sociale sia realmente un obiettivo della pena oppure se esso si riduca a una formula rituale, buona per essere citata nei convegni ma che fatica a trovare concretizzazione nella quotidianità del sistema penitenziario. Forse la società non condivide oggi il progetto culturale promosso dall’articolo 27 della Costituzione? Forse la società non vuole essere “disturbata” dal ritorno alla libertà di chi “ha fatto la galera”? Essa è realmente disposta ad accettare che chi ha sbagliato possa tornare a essere un libero cittadino? Poiché non basta la lettura della Costituzione (amara constatazione) per arginare le tendenze alla disumanizzazione del carcere - nella percezione pubblica e politica - forse è proprio la cultura a poterci “salvare”. Una biblioteca dentro e fuori il carcere costituisce una forma di Resistenza contro la negazione del “diritto ad essere umani”; contro la riduzione della persona alla sua colpa. Se non basta la lettura della Costituzione, si spera che possano essere d’aiuto le parole del Santo Padre Leone XIV, che il 15 maggio scorso, parlando di criminalità organizzata e traffico di stupefacenti (ossia, di reati gravissimi di carattere transnazionale) ha ricordato la necessità di rispettare sempre la dignità e i diritti umani anche di chi ha commesso un reato, nei confronti del quale è precluso “il ricorso alla pena di morte, alla tortura e a ogni forma di punizione crudele o degradante”.

Qualora non bastasse neanche la tradizione cristiana, nella letteratura italiana ed europea - anch’esse spesso invocate per convenienza politica - vi sono importanti riferimenti al ripudio dell’identità fra essere umano e sua colpa. Dante, per esempio, nella Divina Commedia contrappone all’Inferno dell’irrevocabilità della pena il Purgatorio della speranza e del riscatto. Nel “Faust”, Goethe rifiuta l’idea che l’essere umano coincida integralmente con il male compiuto. Faust sbaglia, cade, distrugge, ma conserva sempre la possibilità della redenzione. “Chi incessantemente tende verso l’alto, quello possiamo salvarlo”. Kafka descrive un’altra forma di disumanizzazione ne “Il processo”. Josef K. viene assorbito da una macchina burocratica indifferente alla persona e alla sua umanità. È una sensazione che percepiamo ancora oggi, quando imputati e detenuti vengono ridotti a fascicoli, statistiche o simboli da esibire nel dibattito pubblico.

Anche le lettere dei condannati a morte della Resistenza custodiscono questa eredità morale. Giacomo Ulivi, Eusebio Giambone, Pedro Ferreira continuavano a parlare di dignità, libertà e responsabilità pur essendo prossimi alla morte. La Repubblica italiana nasce anche da quelle voci e dall’idea che il detenuto, il vinto o il nemico politico rimangono essere umani. La coscienza tragica della storia europea - parafrasando George Steiner - deve essere preservata e riscoperta, per ricordarci che non esiste potere senza limiti; non è legittimo il potere quando esso pretende di decidere quali vite meritino di essere considerate umane e quali no. Anche per questo il tema delle biblioteche, dell’accesso ai libri e della cultura dentro e fuori gli istituti penitenziari non è affatto astratto. È una questione profondamente costituzionale. Ogni libro aperto dentro il carcere allontana l’idea che possano esistere esseri umani definitivamente caduti. Ogni pagina letta rappresenta un argine contro la trasformazione della pena in pura eliminazione della persona dalla società.

E forse dovremmo lasciare aperta la domanda dalla quale siamo partiti: esiste davvero qualcosa oltre la pena oppure il carcere rischia sempre più di diventare il luogo nel quale la società nasconde coloro che non vuole più guardare? Perché nel momento in cui lo Stato smette di interrogarsi sull’umanità dei detenuti, non perde soltanto il senso della pena. Rischia di perdere il senso stesso della propria umanità.

*Avvocato