di Maurizio Gazzoni
dolcevitaonline.it, 23 settembre 2025
La metafora della bicicletta viene utilizzata in carcere per indicare il processo di creazione e diffusione di una notizia falsa che una volta “montata” inizia a “pedalare”, con risvolti spesso disastrosi. Anche in carcere si “montano biciclette”, ma quelli a cui sono destinate ne farebbero volentieri a meno, già, perché le biciclette che si montano in carcere non hanno lo scopo di aiutare la mobilità (oltretutto mancano gli spazi), ma sono “mezze infamità” che servono a screditare la reputazione di un detenuto. Le “biciclette” si montano anche fuori, ma “dietro il cancello” corrono più forte.
Le dinamiche sono simili a quelle che si usano per generare e divulgare le fake news in rete, anche se nelle carceri l’uso è antecedente; si parte da una notizia che potrebbe essere plausibile, anche se non verificabile e ci si costruisce attorno una “canzone” da dar da cantare, in modo che coloro che, per una ragione qualunque, dovessero avere il dente avvelenato con il destinatario della “bici” possano magari arricchirla con dettagli piccoli, ma sempre plausibili, scegliendo di “confidarla” ad altre persone che poi la ripeteranno, e così via, sino a generare un “sospetto” avvallato da una sorta di vox populi che mette il bersaglio della storia in condizione di giustificare accuse spesso infondate (spesso, ma non sempre) di fatti non commessi. Se il destinatario della “bicicletta” non ha un passato cristallino sotto il profilo della “correttezza”, “smontare la bicicletta” sarà più difficile, poiché si era già guardati con sospetto prima che la “bicicletta” iniziasse a circolare.
Alcune figure dalla “reputazione granitica” sono spesso al riparo da una pratica così meschina, che nasce dal basso e cresce alimentata dai peggiori sentimenti che la natura umana incarna e che in carcere, vista la condizione limite che vi si vive all’interno, spesso assume proporzioni anche maggiori e risvolti peggiori. Il principio non è molto diverso da quello che rende i “pregiudicati” meno credibili degli incensurati, di fronte alla legge.
Sarebbe bello se si riuscissero a costruire in carcere le biciclette vere, quelle con i pedali ed il manubrio, credo che molti dei detenuti che sovraffollano le carceri nazionali sarebbero contenti di poter lavorare all’assemblaggio di un oggetto cosi comune ed allo stesso tempo cosi romantico nel nostro immaginario. Almeno una bici l’abbiamo avuta tutti e per tutti ha certamente rappresentato qualcosa e portato a spasso qualche sogno.
La profonda revisione che il nostro sistema penitenziario non può rimandare, deve necessariamente passare dal lavoro e da un utilizzo più intelligente del tempo necessario ad emendare le proprie colpe, ma per un’inversione di tendenza serve un’inversione di pensiero e soprattutto la buona volontà di capire che la miseria genera inevitabilmente disobbedienza.











