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di Mauro Zola

La Stampa, 20 giugno 2025

Scatta il rinvio a giudizio per tutti i coinvolti nell’inchiesta: il Garante regionale dei detenuti sarà parte civile. Si dichiarano “amareggiati e molto delusi” gli agenti della polizia penitenziaria dopo l’esito dell’udienza preliminare, che ha visto il giudice Francesca Tortora rinviarli a giudizio tutti e 25. Per nove di loro, compreso il vicecomandante A.P., l’accusa, molto grave, è di tortura; per gli altri invece il pubblico ministero Dario Benardeschi ha accolto quelle che erano state le indicazioni del giudice e ha modificato il capo d’imputazione in abuso di autorità contro arrestati o detenuti.

“Pensavamo che il giudice avesse capito - spiega uno degli agenti - ma alla fine eccoci ancora qui, il giorno dopo, a scortare un detenuto in tribunale, facendo il nostro dovere con la coscienza tranquilla”. Ad averli particolarmente colpiti la decisione del garante regionale delle persone private della libertà personale, Bruno Mellano, che ha deciso di costituirsi parte civile. “Era stato invitato più volte a visitare il carcere per verificarne le condizioni, non è mai venuto, l’abbiamo visto invece soltanto per il processo”.

È stata un’udienza fiume quella di mercoledì pomeriggio, conclusasi dopo le 22, e molto complicato si presenta anche il processo che inizierà il 30 ottobre. Il solo esame dei venticinque imputati richiederà più sedute e sono già previste centinaia di testimonianze. Secondo quanto emerso dalle indagini e poi ratificato dal Gup, le torture avrebbero riguardato soltanto il caso di un detenuto georgiano: questo, secondo le immagini delle videocamere di sorveglianza interne, sarebbe stato trascinato fuori dalla cella d’isolamento.

“Scaraventandolo a terra, lo umiliavano togliendogli i pantaloni, gli mettevano un piede in testa per tenerlo fermo, rivolgendogli la frase “qua noi facciamo così, sono le nostre regole”, lo ammanettavano con le braccia dietro la schiena, gli legavano anche le caviglie e lo colpivano su tutto il corpo, dandogli anche schiaffi sul viso”.

Dopo averlo nuovamente trascinato, in questo caso a faccia in giù, fino alla sua cella gli agenti l’avrebbero nuovamente accerchiato, mettendogli “un ginocchio dietro la schiena e dopo averlo spinto dentro la cella lo insultavano, dicendogli “voi non comandate qua, comandiamo noi”, lo picchiavano ancora e mentre altri agenti rimanevano fuori dalla cella pronti a intervenire, alcuni si alternavano all’interno della cella usando violenza e i suoi confronti”. Questo però senza l’ausilio delle immagini, dato che le videocamere non riprendono quanto accade dentro le celle. Il detenuto, come refertato dai sanitari dell’infermeria della casa circondariale, aveva riportato delle lesioni al costato e alla mandibola, a cui si era aggiunto un disturbo post traumatico che l’avrebbe accompagnato anche nel carcere in cui era poi stato trasferito.

Negli altri due episodi, anche se a un detenuto marocchino erano state legate le gambe e le braccia con del nastro adesivo, per impedirgli di farsi del male, sbattendo contro i muri e le sbarre, il gup Tortora non ha riscontrato gli estremi per la tortura. Lo stesso per l’ultimo caso, in cui un detenuto conosciuto per essere particolarmente violento, sarebbe stato accolto al suo arrivo a Biella da uno schieramento di agenti in tenuta anti sommossa, questo, secondo la sua denuncia, per intimidirlo, e colpito una volta entrato in cella.