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di Rosalba Castelletti


La Repubblica, 26 agosto 2020

 

Una settimana fa i manovali dell'azienda Mzkt avevano fischiato il presidente. Per ritorsione il regime minaccia licenziamenti e chiusure: c'è paura, ma anche voglia di cambiare. Al cambio turno a Mzkt c'è un silenzio imbarazzante. Uomini armati presidiano gli ingressi e gli operai sfuggono ai volontari vestiti di rosso e bianco che distribuiscono volantini sui programmi di sostegno economico e consulenza legale per chi aderisce allo sciopero generale indetto dall'opposizione.

Qualcuno afferra un ciclostilato quasi di nascosto, poi corre verso la metropolitana senza dire una parola. Altri, imbevuti della propaganda che dipinge i manifestanti come "alcolisti" e "drogati", inveiscono: "Fannulloni". Solo qualche temerario mostra il segno di vittoria diventato uno dei simboli della protesta contro i risultati manipolati delle presidenziali del 9 agosto e la repressione delle pacifiche manifestazioni in Bielorussia.

Solo una settimana fa i manovali della fabbrica di mezzi pesanti e camion militari avevano scioperato e fischiato il contestato presidente Aleksandr Lukashenko in visita. Ukhodi, "Vattene via", "Dimettiti" avevano gridato. L'ex direttore di sovkhoz, una fattoria collettiva sovietica, era rimasto interdetto e sconcertato. Gli operai erano stati per anni la base fedele del suo elettorato. Anche grazie ai sussidi alle fabbriche statali a cui Lukashenko si vanta di aver risparmiato la straziante transizione economica delle privatizzazioni sopportata dalle altre Repubbliche ex sovietiche dopo il crollo dell'Urss. Non si aspettava che potessero rivoltarsi contro il loro Batka (padre), come ama farsi chiamare il leader al potere dal 1994.

Ma la contestazione - costata all'economia nazionale 500 milioni di dollari, secondo stime governative - è durata pochi giorni. Il regime ha contrattaccato. "Ci hanno detto che, se scioperiamo, l'economia crollerà, la fabbrica sarà costretta a chiudere e non ci potranno più pagare. Non posso rischiare di perdere lo stipendio. Possiamo protestare dopo il lavoro, non durante il lavoro", dice Olga, 42 anni, da 14 anni a Mzkt, un salario di circa 500 euro al mese, più alto della media nazionale. "La maggioranza di noi però è stufa delle bugie del regime", aggiunge. "Prima hanno falsificato il voto, poi hanno disperso con la violenza pacifici cittadini. Abbiamo tutti un familiare, un vicino o un amico incarcerato e torturato. Lukashenko non è più il nostro presidente. Per questo gli abbiamo urlato di dimettersi"

La paura delle ritorsioni è grande anche tra i più giovani. Il ventunenne Evgenij - che come tutti preferisce non dire il suo cognome - ha appena iniziato il periodo di lavoro obbligatorio in una fabbrica statale che dovrebbe risarcire lo Stato per gli studi gratuiti. "Sostengo la protesta come tutti. Finalmente possiamo cambiare il Paese. Ma la direzione fa pressioni e ci sono poliziotti ovunque. S'infiltrano anche ai nostri incontri. Se mi licenziano, dovrò restituire migliaia di euro all'Università. So che l'opposizione ha creato un fondo per aiutare i tanti come me, ma non so se fidarmi".

Mobilitare le fabbriche in Bielorussia non è facile, ammette Aleksandr Jaroshuk, presidente del Congresso bielorusso dei sindacati democratici. "Dal 1995 non si è mai fatto uno sciopero. Per legge non si può promuovere per ragioni politiche, ma solo per motivi socioeconomici che vanno documentati. E l'astensione va concordata con il dirigente che ha il diritto di posticiparla. Intanto lo slancio scema. La gente si rende conto che Lukashenko non ha alcuna intenzione di andarsene e ha paura".

L'opposizione, continua Jaroshuk, però non si è arresa. "La resistenza è nel nostro Dna. Siamo partigiani. Le ritorsioni sono benzina sul fuoco. Con i fucili puoi prendere il potere, ma non mantenerlo. Abbiamo solo cambiato strategia". Invece dell'astensione del lavoro, il cosiddetto "sciopero bianco", o "italiano" come è noto in Bielorussia. Di fatto, un sabotaggio.

"Lo chiamiamo anche metodo della russkaja volinka, cornamusa russa: un'applicazione rigida e burocratica di tutte le regole tale che la produzione si ferma. Da noi si è bruciata una sottostazione elettrica e in un giorno, invece di produrre 30 cabine di guida, ne abbiamo assemblate 10", ci spiega Serghej Dylevskij, il leader degli scioperanti di Mtz, l'iconica fabbrica dei trattori di Minsk, fiore all'occhiello dell'Unione sovietica.

Sneakers rosse, t-shirt, jeans e maniche della giacca arrotolate sulle muscolose braccia tatuate, questo trentenne figlio di un operaio e un'ingegnera di Mtz è oramai considerato il "Lech Walesa" di Minsk. Dopo essersi offerto volontario per riportare a casa i manifestanti rilasciati dalle carceri con ossa fratturate, lividi e fori di proiettili di gomma, ha capito che "la Bielorussia non sarebbe più stata la stessa" e il 17 agosto ha guidato una marcia degli operai per le vie della capitale.

Oggi siede accanto alla Premio Nobel Svetlana Aleksievich e all'ex ministro Pavel Latushko tra i sette leader del Consiglio di Coordinamento creato dall'opposizione per promuovere una transizione democratica, ma messo sotto inchiesta da Lukashenko con l'accusa di voler ordire un golpe. "Sono la voce del popolo e delle persone semplici. Quando abbiamo redatto la prima risoluzione, ho preteso che il documento fosse comprensibile anche per un operaio come me".

Dylevskij è consapevole che le aziende statali come Mtz e Mzkt siano uno dei principali campi di battaglia tra regime e opposizione. "Se si fermano gli stabilimenti, lo Stato non ha soldi per pagare i militari. E se non vengono pagati, i militari cominciano a puntare i fucili contro il dittatore". Chiama così Lukashenko. Che però non ha intenzione di lasciare senza combattere: "Se una fabbrica non funziona, allora metteremo un lucchetto alla porta. Poi vedremo chi portare al lavoro", ha minacciato nel fine settimana: una tattica già utilizzata alla radio e televisione pubblica dove alcuni operatori in sciopero sono stati sostituiti da tecnici arrivati dalla Russia.

E i leader degli scioperi vengono arrestati uno ad uno. Compreso Dylevskij, condannato ieri a 10 giorni di carcere. "Sono pronto. È tutta la vita che vivo sotto i baffi di Lukashenko. Sapevo che sarebbe successo. Vi dico di più, in auto ho già la borsa pronta. Ma corro il rischio per il nostro futuro. Avevo tre anni quando i miei genitori commisero l'errore di eleggere Lukashenko. Adesso ho un figlio di tre anni e voglio spezzare questo ciclo".