di Alessandra Muglia
Corriere della Sera, 24 agosto 2020
Il presidente va nella città simbolo della protesta. E chiude le fabbriche in sciopero. Tikhanovskaya vedrà l'inviato Usa. "Tutto sarà risolto nei prossimi giorni, la crisi finirà presto, credetemi". Per cercare di stroncare ogni sogno di cambiamento il presidente bielorusso Lukashenko si è recato fino a Grodno, la città al confine con la Polonia che ha assaporato la libertà ma per due giorni soltanto: le autorità locali avevano fatto concessioni ai manifestanti, ritirate però 48 ore dopo su pressione di Minsk.
"Ho ordinato al ministro della Difesa di prendere nuove misure, le più severe per difendere l'integrità territoriale del nostro Paese" ha avvertito durante una visita a una base militare il longevo leader che continua a presentare la mobilitazione in atto come qualcosa di istigato dall'esterno. Le forze armate - ha fatto sapere - sono in stato d'allerta e delle esercitazioni militari sono previste nella regione di Grodno tra il 28 e il 31 agosto.
Ieri Lukashenko, al potere dal 1994, ha chiarito anche come intende soffocare l'altra faccia della protesta, quella che ha portato alla più massiccia ondata di scioperi che il Paese abbia mai conosciuto: da domani le fabbriche in sciopero saranno chiuse. "La gente si calmerà" ha assicurato Lukashenko rivolgendosi ad alcuni suoi sostenitori a Grodno, mentre venivano chiusi 20 siti di informazione.
Le minacce del dittatore aleggiano sulle piazze in rivolta e nelle fabbriche in agitazione seminando ansia e paura. A tenere alto il morale e vivo lo spirito della lotta ci pensa Svetlana Tikhanovskaya, l'insegnante di inglese moglie di un oppositore finito in carcere che si è ritrovata a sfidare il dittatore alle urne: "Vi chiedo di continuare, di estendere gli scioperi, senza cedere alle intimidazioni", ha scandito in un video diffuso su You Tube in cui ha ribadito gli obiettivi della protesta: "La fine delle violenze, il rilascio dei prigionieri politici e nuove elezioni, trasparenti, libere e giuste".
Nella sua prima conferenza stampa da quando si è rifugiata in Lituania si è rivolta a Lukashenko: "Il presidente deve sapere che il popolo bielorusso non accetterà più la sua leadership". E in un'intervista alla Reuters, ha dichiarato di non avere nulla da chiedere a Putin se non "il rispetto della sovranità della Bielorussia". In quello che appare come un capolavoro di diplomazia, ha poi fatto sapere di aver avanzato la stessa richiesta ai tanti leader occidentali che la stanno contattando in questi giorni. Con lo stesso atteggiamento, domani incontrerà a Vilnius il vice segretario di Stato Usa Stephen Biegun che si recherà poi a Mosca, nel tentativo di trovare una soluzione alla crisi.
Svetlana è determinata: "Andremo avanti fino alla fine, se ci fermassimo ora, saremmo schiavi" ha arringato parlando alla Bbc. Non sarà facile, considera Sergei Dylevsky, l'operaio di Minsk in sneakers rosse, jeans e T-shirt che ha dato il via agli scioperi ed è diventato in pochi giorni un leader dell'opposizione, nel comitato con la scrittrice premio Nobel Svetlana Alexievich e l'ex ministro della cultura Pavel P. Latushko. Sebbene il 90% dei lavoratori è a favore di nuove elezioni, soltanto 250 su 15mila sono "pronti ad andare avanti fino alla fine", stima.
Oggi è convocata una nuova, grande manifestazione a Minsk, ed è attesa una folla oceanica come quella di domenica scorsa. Ma con Lukashenko che continua a escludere nuove consultazioni, incurante delle sanzioni annunciate dalla Ue e forte del sostegno di Putin, tante le domande ancora senza risposta: quanto sarà dura l'ulteriore stretta annunciata dal dittatore? Dal movimento di protesta nasceranno frange violente? E la Russia interverrà?










