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di Michela A.G. Iaccarino e Stefano Vergine


Il Fatto Quotidiano, 20 agosto 2020

 

Mani incrociate dietro la testa, seduti con ginocchia alla bocca, occhi rivolti al pavimento. È la prozedura degli Omon, la polizia anti-sommossa bielorussa che ha chiuso la gioventù ribelle di Minsk nelle sue carceri. Due hanno raccontato al Fatto cosa è accaduto loro. Ivan Makarov, 29 anni, è stato preso dalla polizia di Lukashenko il 10 agosto mentre portava acqua e cibo a chi manifestava contro la frode elettorale del presidente.

"Su Telegram i ragazzi si erano dati appuntamento nei pressi delle fermate della metro". Quando la camionetta militare dai vetri oscurati è arrivata, Ivan non è riuscito a nascondersi in una delle case che di solito danno rifugio ai manifestanti. "I militari con gli scudi dividevano la folla in piccoli gruppi che l'anti-sommossa catturava". Trascinato in caserma con altre dieci persone, Ivan è stato pestato con il manganello dagli Omon che "si vantavano e chiedevano l'uno all'altro: tu quanti punti hai fatto? Cioè: quanti ne hai catturati? Era come nel videogioco Counterstrike". Picchiati, appena smettevano di fissare il pavimento, gli camminavano addosso come fossero "sacchi di patate".

"Ho tenuto le ginocchia all'altezza della bocca per ore. Poi hanno detto: toglietevi i lacci dalle scarpe, le croci dal collo. Ci hanno fatto alzare in piedi uno per uno e ci hanno filmato mentre ripetevamo nome, cognome, luogo in cui ci avevano arrestato".

Un archivio di sguardi sbigottiti dal terrore: "Ho cercato di essere obbediente perché sentivo cosa accadeva a chi non lo era: ti denudavano, ti premevano la faccia sul pavimento". Non solo i pugni, gli arrestati hanno segni di bruciature da fili elettrici e organi interni danneggiati: "alcuni ragazzi sono stati denudati e violati con il manganello".

Memorie sonore: delle mazze sulle sbarre e poi sulle loro teste, delle porte che si aprono e chiudono. Ivan ricorda: "Non potevo alzare lo sguardo, ma sapevo che c'erano i militari perché avevano stivali e pantaloni di colori diversi rispetto agli agenti". Quando il mattino dopo lo rilasciano, Ivan rimette piede nelle strade furiose di una città che reclama i suoi figli, mariti, fidanzati. Ci sono ancora un centinaio di desaparecidos e negli ospedali alcuni manifestanti sono stati colpiti così forte da non poter essere riconosciuti e identificati. Stessi metodi e violenze le enumera su Telegram John Galt.

Usa il nome del protagonista del romanzo distopico de "La Rivolta di Atlante" il pallido ingegnere digitale di nome Rodion, 27 anni, baffi biondi a bicicletta.

"Il 9 agosto ho partecipato alla protesta: alle frodi elettorali purtroppo siamo abituati, è la tradizione bielorussa". È stato arrestato la domenica delle urne al centro commerciale Galerya quando "sono arrivati i kosmonavzy, i cosmonauti: a volte chiamiamo così i poliziotti perché sono talmente bardati da elmi e parastinchi da sembrare pronti per volare nello spazio".

Rinchiuso nella camionetta, Rodion sentiva granate ed esplosioni: "Chiedevamo cosa succedeva, se stava scoppiando la guerra". Il protokol della tortura che subisce è uguale: ginocchia in bocca, occhi a terra. Quando Rodion li alza vede lo sguardo perduto di qualche Omon troppo giovane: "Erano i più anziani a mostrare come urlarci contro, dove picchiarci, ma gli agenti, ragazzi come noi, non erano pronti per quello che stava succedendo".

A noi ripetevano: "Chiudete la bocca, se la aprite vi aspetta il servizio speciale". Un metodo che Rodion subisce tre volte. "Aprivano le porte della camionetta per spruzzare spray al peperoncino e chiuderle subito dopo mentre ci mancava il respiro. Un uomo piangeva perché era sceso in strada con suo figlio piccolo, rimasto solo. Un altro che era nella camionetta perdeva sangue dal cranio spaccato, si è accasciato come un morto, è stato portato via, non so se era ancora vivo".

Tra i detenuti c'è un ragazzo ucraino che hanno picchiato più forte degli altri: "Gli dicevano: sei venuto a portare Maidan qui e rovinare il nostro Paese? C'era anche un reporter russo a cui urlavano che i giornalisti sono spazzatura umana. Ci dicevano, se lo fate di nuovo, vi mutiliamo. O vi ammazziamo".

Una delle ragazze arrestate assieme a Rodion era incinta: "L'ho sentita piangere per mezz'ora. Le dicevano: puttana perché non sei rimasta a casa a guardare la tv?". Rinchiuso nel carcere di Okrestina, Rodion rimane cinque giorni in una cella dall'aria viziata da sudore, paura. "Il primo giorno con quatto letti eravamo in 19, il secondo giorno 25, il terzo 27. Tenevano la luce accesa giorno e notte, un perenne stordimento. Gli arrestati continuavano ad arrivare e la polizia per fortuna si è dimenticata di noi. Sentivo i poliziotti litigare perché i secondini non trovavano più posti dove stipare persone".

Quando hanno perso il conto dei detenuti, gli agenti hanno cominciato a enumerare i cellulari requisiti per contare i manifestanti stretti tra corridoi, celle, cantine e depositi. Sente dopo giorni l'ordine del comandante: fare liste dei nomi dei detenuti "altrimenti la folla fuori assalterà la prigione. Alla fine non c'è stato tempo, ci hanno rilasciato senza neppure un documento che io abbia subito quella violenza, quell' inferno, come se niente fosse accaduto".

Quando ha varcato i cancelli dell'okrestina, Rodion ha visto volontari con cibo, acqua, sorrisi, andargli incontro. In mezzo alla folla ha distinto sua moglie in lacrime che lo pensava ferito, mutilato, morto. Non ha visto uscire il ragazzo alto che aveva la schiena come un enorme cicatrice rossa e blu, quello che non stava zitto nel cortile dove li picchiavano, che diceva: "Un giorno saremo noi ad arrestarvi e arriverà il vostro turno".