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di Jacopo Iacoboni


La Stampa, 2 marzo 2021

 

Violenze e arresti contro le oppositrici bielorusse. I detenuti politici sono 258. Ma la protesta va avanti. C'è una cosa impressionante che va molto oltre la "rivolta delle donne", in Bielorussia. Ha a che fare con un numero, quante leader donne siano in carcere a Misk, e un mood: quello che queste donne stanno insegnando, in termini di modalità di lotta contro Lukashenko.

Completamente un altro angolo visuale, rispetto all'autocrate, vecchio, maschio, triste, fotografato a Sochi assieme a Vladimir Putin, come due tiranni destinati al tramonto. Nel giorno in cui l'amministrazione Biden comunica alla Cnn di esser pronta a emettere sanzioni mirate alla Russia per l'avvelenamento di Alexej Navalny (saranno decise in coordinamento con l'Ue), La Stampa è in grado di raccontare un pezzo della rivolta in Bielorussia attraverso le lettere dal carcere di un gruppo di giornaliste che stanno lottando contro il regime. I detenuti politici (reporter e attivisti) salgono di ora in ora: sono arrivati a 258.

"Ogni giorno mi dedico 4-5 ore alle lettere, scrivo, le lettere provengono da tutto il Paese. Faccio l'esercizio di leggere i nostri stessi lettori, i veri eroi delle pubblicazioni. Ricevo lettere non solo dalla Bielorussia, dalla Svezia, dall'America. In generale, non preoccuparti. Con questo sostegno, andrà tutto bene".

Chi scrive è Katerina Borisevich, la reporter investigativa di Tut.by arrestata il 19 novembre a Minsk per aver fatto il suo lavoro: non credere alle verità di regime. La accusano di aver smascherato le bugie di Lukashenko sulla morte di Roman Bondarenko, un giovane manifestante di Minsk, 31 anni, morto in ospedale dopo esser stato picchiato a sangue da sconosciuti a volto coperto, probabilmente uomini dei servizi segreti oppure "tikhar", para-milizie civili che appoggiano la polizia del regime. Bondarenko era intervenuto per difendere alcuni manifestanti dagli uomini dei servizi, che volevano rimuovere dei simboli della protesta. Il regime, alla sua morte, disse: era ubriaco, quando è morto. Borisevich dimostrò, con i referti medici e testimonianze, che era falso: non c'era traccia di alcol nel suo sangue. Era stato picchiato e assassinato senza aver fatto nulla di male.

In questi giorni è in corso il processo: Kateryna Borisevich è in galera, come Katerina Bakhvalova e Daria Chultsova, condannate a due anni per aver filmato le proteste. In carcere leggono Dovlatov, il maestro di ogni resistenza post-sovietica. Si fanno brevi passeggiate come in un kindergarten. Ci si trucca per sopravvivere. Si sogna Roma (l'Italia è amatissima). Si dipinge. Si preserva l'essere donne contro un potere maschio e stolto.

"Durante le pulizie - scrive Borisevich - è venuto fuori spontaneamente una specie di piano. Abbiamo discusso che avremmo potuto lanciare un giornale locale, abbozzato l'indirizzo del mittente di volodarka.net. Continuate a scriverci". L'indirizzo è quello della prigione del Kgb dove sono tenute.

C'è un manuale di resistenza ideologica e pratica: "Ora posso essere presa in qualsiasi campagna di protesta, sul serio. Posso insegnare a tagliare una pagnotta e il burro con un filo, a fare una cipolla "delicata" da una cipolla "aggressiva", ad asciugare le cose con una bottiglia. Non una donna, ma una scoperta". Il movimento bielorusso chiede a tutta Europa di scrivere a queste detenute, attraverso "Viasna". L'Europa può scegliere se esserci, o disertare.