di Giuseppe Agliastro
La Stampa, 10 luglio 2021
Lukashenko è riuscito a spegnere le proteste anti-regime con la forza: in carcere oltre 530 prigionieri politici, gli altri costretti all'esilio all'estero. Perquisizioni, arresti, manganellate, oppositori rinchiusi in galera o costretti a fuggire all'estero. Poco più di un anno fa in Bielorussia la gente cominciava a manifestare contro "l'ultimo dittatore d'Europa" Aleksandr Lukashenko e il regime tornava a premere sull'acceleratore della repressione pur di non mollare le redini del potere che tiene in pugno da oltre un quarto di secolo. Dopo le presidenziali dello scorso agosto e l'improbabile trionfo di Lukashenko, ritenuto frutto di massicci brogli elettorali, migliaia e migliaia di persone hanno inondato le strade delle città bielorusse con le bandiere bianche e rosse dell'opposizione chiedendo le dimissioni del satrapo di Minsk. Le proteste sono andate avanti per mesi, nonostante la brutale repressione della polizia.
Divieto di voto - Tutti i principali oppositori oggi sono in carcere o oltreconfine e la persecuzione di dissidenti e giornalisti non accenna a diminuire. Tra ieri e giovedì le forze di sicurezza hanno effettuato dei blitz nelle sedi di diversi media locali e hanno perquisito le case di alcuni reporter. Il sito della testata indipendente "Nasha Niva" è stato bloccato e secondo l'Afp il direttore Yegor Martinovich è stato picchiato e ha riportato delle ferite alla testa quando è stato fermato. Risale a pochi giorni fa anche la pesantissima condanna a Viktor Babaryko. Martedì la Corte Suprema ha inflitto 14 anni di reclusione per corruzione e riciclaggio all'ex capo di BelGazpromBank, ma le accuse contro di lui sono ritenute politiche. L'ex manager era infatti considerato il principale rivale di Lukashenko alla vigilia delle presidenziali del 2020, ed è stato arrestato nel giugno dell'anno scorso, due mesi prima del voto. Non si è potuto candidare neanche l'ex ambasciatore negli Usa, Valery Tsepkalo, che temendo ritorsioni è andato a Mosca e poi in Europa.
E la candidatura è stata negata pure a Mikola Statkevich e a Sergey Tikhanovsky, entrambi in carcere. Statkevich è uno dei leader storici dell'opposizione bielorussa. Sfidò Lukashenko alle presidenziali del 2010 e finì dietro le sbarre per cinque anni. È stato arrestato di nuovo nel maggio dell'anno scorso e ora rischia un'altra dura condanna. Tikhanovsky è invece il videoblogger che ha paragonato Lukashenko alla Grande Blatta, il prepotente scarafaggio coi baffi nato dalla penna di Korney Chukovsky, e ha così ispirato le "proteste della pantofola", con i manifestanti che agitavano simbolicamente una pantofola contro il despota. Anche Tikhanovsky è finito in carcere alla fine di maggio dello scorso anno, ed è stato allora che sua moglie Svetlana Tikhanovskaya ha deciso di sostituirlo e di candidarsi. Tikhanovskaya ha unito il fronte del dissenso alleandosi con la responsabile della campagna elettorale di Babaryko, Maria Kolesnikova, e con la moglie di Valery Tsepkalo, Veronika, e dando vita a un terzetto tutto femminile che è stato uno schiaffo morale a Lukashenko, secondo cui la Bielorussia non era pronta per una presidente donna.
Veronika Tsepkalo ha lasciato la Bielorussia ad agosto e lo stesso hanno poi fatto l'ex ministro della Cultura, Pavel Latushko, e Olga Kovalkova, che racconta di essere stata portata alla frontiera dai servizi di sicurezza. La stessa Tikhanovskaya è stata costretta dal regime ad andare in Lituania subito dopo il voto di agosto. Maria Kolesnikova invece a settembre è stata fatta salire su un pulmino scuro da degli uomini a volto coperto, probabilmente agenti del Kgb, ma pare che pur di non essere portata in Ucraina contro la propria volontà abbia fatto a pezzi il passaporto. Ora è in carcere, così come Katerina Bakhvalova e Daria Chultsova, due giornaliste della tv Belsat condannate a due anni per aver compiuto il loro dovere coprendo le manifestazioni antiregime. Erano state arrestate a novembre dopo aver filmato la violenta repressione di un corteo in memoria del manifestante Roman Bondarenko, morto dopo essere stato picchiato da degli sconosciuti sospettati di essere agenti in borghese.
Detenuti politici - Nelle mani del regime sono finiti anche Roman Protasevich e la sua fidanzata Sofia Sapega. Protasevich è l'ex direttore e il cofondatore di Nexta, un canale Telegram che è stato un punto di riferimento durante le proteste. A maggio lui e la sua ragazza sono stati arrestati dopo che l'aereo sul quale viaggiavano è stato costretto dalle autorità bielorusse ad atterrare a Minsk per un allarme bomba rivelatosi infondato e in cui molti vedono un tranello del regime per arrestare il dissidente. Secondo l'Onu, sono circa 530 i detenuti considerati "prigionieri politici" rinchiusi nelle famigerate carceri bielorusse. Uno di loro era Vitold Ashurak, condannato a 5 anni per aver partecipato alle proteste e morto in cella in circostanze poco chiare.











