di Giuseppe Agliastro
La Stampa, 21 luglio 2024
La notizia riportata dagli attivisti per i diritti umani è stata confermata da Berlino, ma la vicenda resta avvolta nel mistero. Il regime bielorusso ha condannato a morte un cittadino tedesco. La notizia, diffusa da un gruppo di attivisti per i diritti umani, ha subito sollevato un’ondata di sgomento ed è stata confermata a stretto giro dal governo di Berlino, fanno sapere i media internazionali. Ma per il resto si sa pochissimo di questa vicenda, che resta avvolta nel più fitto mistero in un Paese in cui le libertà e i diritti fondamentali vengono quotidianamente calpestati.
Chi è la persona finita nel braccio della morte della dittatura bielorussa? E di cosa è accusata? Per ora non ci sono risposte certe a queste domande, ma soltanto ipotesi. Naturalmente non si può non sospettare che dietro questa condanna possano agitarsi le tensioni tra l’Occidente e la dittatura bielorussa, a sua volta stretta alleata del regime di Putin. Ed è giusto ricordare che il regime di Lukashenko prende regolarmente di mira i suoi oppositori con accuse di “estremismo” inventate di sana pianta.
“Il caso è noto al ministero degli Esteri. Il ministero degli Esteri e l’ambasciata a Minsk forniscono supporto consolare alla persona interessata e stanno lavorando duramente per essa con le autorità bielorusse”, ha annunciato la diplomazia di Berlino senza rivelare il nome del cittadino tedesco. L’organizzazione per la difesa dei diritti umani Viasna - il cui fondatore Ales Bialiatski si trova in carcere per motivi politici ed è stato insignito del Nobel per la Pace - sostiene che si tratti di un operatore sanitario della Croce Rossa tedesca, e afferma inoltre che sia stato arrestato lo scorso novembre e condannato in primo grado meno di un mese fa, cioè il 24 giugno.
Ma si tratta di informazioni al momento non confermabili, così come non è confermabile l’affermazione di Viasna secondo la quale il caso riguarderebbe in qualche modo anche il Reggimento Kalinoŭski: un gruppo formato da bielorussi contrari alla dittatura di Aleksandr Lukashenko che combattono in Ucraina al fianco delle truppe di Kiev. Il reggimento da parte sua ha smentito qualunque legame col cittadino tedesco. “Non ha e non ha mai avuto nulla a che fare con il reggimento. È una cosa assolutamente falsa”, ha detto a Novaya Gazeta Europe un rappresentante del gruppo armato non escludendo che si tratti di un tentativo del regime di “screditare” il reggimento.
Neanche le imputazioni sono chiare, anche perché pare che il processo si sia svolto praticamente in segreto e a porte chiuse. Secondo Viasna, la dittatura bielorussa accuserebbe il cittadino tedesco di “terrorismo” e “attività mercenaria” e lo avrebbe condannato con l’accusa di “organizzare un’esplosione per influenzare il processo decisionale delle autorità, intimidire la popolazione, destabilizzare l’ordine pubblico”. Non si capisce di che “esplosione” si parli e non c’è conferma che siano in effetti queste le imputazioni rivolte al cittadino tedesco condannato a morte. In ogni caso non si può non sottolineare come il regime di Aleksandr Lukashenko sia solito incarcerare i dissidenti con pretesti assurdi, tra cui appunto accuse infondate di “terrorismo”.
Il regime di Minsk: “Ci stiamo consultando con Berlino” - La leader in esilio dell’opposizione bielorussa, Svetlana Tikhanovskaya, si è detta “preoccupata” per la vicenda. La diplomazia tedesca ha lasciato intendere che sta lavorando per cercare di sottrarre il suo cittadino dal braccio della morte del regime di Lukashenko. Minsk pare non aver chiuso del tutto la porta del dialogo, e oggi ha dichiarato che i ministeri degli Esteri di Germania e Bielorussia “stanno tenendo delle consultazioni su questo punto” e ha inoltre affermato di aver “proposto delle soluzioni concrete” al governo di Berlino.
Amnesty: “Le condizioni dei condannati a morte in Bielorussia sono particolarmente crudeli” - La Bielorussia è l’unico Paese in Europa in cui la pena di morte non è stata abolita. E sarebbero ben 400 le condanne a morte eseguite da quando questa repubblica ex sovietica ha ottenuto l’indipendenza, nel 1991. “La pena di morte è una forma di punizione crudele e disumana che la Germania rifiuta in ogni circostanza. Stiamo lavorando in tutto il mondo per la sua abolizione e stiamo lavorando duramente contro la sua attuazione con tutte le persone colpite”, ha dichiarato il governo tedesco. Amnesty International da parte sua denuncia che “e condizione di detenzione dei condannati a morte in Bielorussia sono particolarmente crudeli”.
L’organizzazione per la difesa dei diritti umani fa sapere che “non viene dato alcun avviso sulla data dell’esecuzione al prigioniero, ai suoi parenti o rappresentanti legali e nessun incontro finale è concesso alle famiglie”: ai detenuti - sottolinea sempre Amnesty International - “viene detto che saranno messi a morte solo pochi istanti prima di essere bendati, ammanettati, costretti a inginocchiarsi e fucilati alla nuca” e “il corpo non viene restituito” ai familiari, a cui non viene neanche detto il luogo della sepoltura.
“Quasi 1.400 prigionieri politici nelle carceri del regime di Lukashenko” - Aleksandr Lukashenko governa la Bielorussia col pugno di ferro dall’ormai lontano 1994, e in questi trent’anni al potere è stato più volte accusato di terribili violazioni dei diritti umani tanto da essere soprannominato “l’ultimo dittatore d’Europa”. Ufficialmente, avrebbe vinto le presidenziali del 2020 addirittura con l’80% dei voti, ma questo risultato è considerato il frutto di massicci brogli elettorali ed è stato contestato da centinaia di migliaia di persone che per mesi sono scese in piazza sfidando il regime e la sua crudele repressione. Le proteste sono state soffocate a colpi di manganello e con un’ondata di arresti (si stima che i fermati furono 35.000), e la polizia bielorussa è anche accusata di torture in carcere contro migliaia di manifestanti.
Gli oppositori bielorussi sono stati quasi tutti costretti a rifugiarsi all’estero o sono finiti ingiustamente dietro le sbarre, e secondo l’ong Viasna nelle carceri del regime ci sono attualmente quasi 1.400 prigionieri politici. Il regime di Lukashenko nel 2022 ha inoltre consentito alle truppe russe di attaccare l’Ucraina dal proprio territorio.










