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di Simona Musco

Il Dubbio, 7 agosto 2026

Quella di mercoledì doveva essere “solo” la giornata del voto sulle chat di Andrea Delmastro e l’ex prestanome del clan Senese Mauro Caroccia. Si è invece trasformata, nel finale, in un durissimo scontro sul senso stesso delle prerogative parlamentari e sulla memoria di Oscar Luigi Scalfaro. A incendiare Montecitorio è stato il capogruppo di Fratelli d’Italia Galeazzo Bignami, che prima ha evocato, ancora una volta, Paolo Borsellino, poi ha accusato le opposizioni di prendere spunto “dai mafiosi che avete incontrato al 41 bis” e infine ha attribuito all’ex Presidente della Repubblica la responsabilità di aver “liberato 300 mafiosi”.

Sono state soprattutto quelle parole sui detenuti al 41 bis a far esplodere la protesta. E il paradosso non è sfuggito alla minoranza: mentre la Camera si preparava a negare alla procura di Roma l’acquisizione delle chat tra un esponente di Fratelli d’Italia e l’ex prestanome di un clan mafioso, il capogruppo del partito accusava i parlamentari di opposizione di prendere spunto “dai mafiosi che avete incontrato al 41 bis”. Per le opposizioni, Bignami ha finito così per criminalizzare una delle prerogative più antiche del mandato parlamentare: le visite ispettive negli istituti di pena, previste dall’ordinamento e utilizzate da deputati e senatori di ogni schieramento per verificare le condizioni di detenzione, anche nei reparti di alta sicurezza e del carcere duro.

Una polemica che era esplosa già nel 2023 e che aveva segnato, paradossalmente, l’inizio dei guai di Delmastro, che all’epoca rivelò al coinquilino e compagno di partito Giovanni Donzelli il contenuto di una relazione della Polizia penitenziaria, arrivata a via Arenula, in cui si dava atto dei colloqui in carcere tra Alfredo Cospito e alcuni boss mafiosi. Rivelazioni per le quali Delmastro è stato condannato a 8 mesi in appello. La polemica, all’epoca, nacque proprio dalla visita di alcuni parlamentari del Pd in carcere, dove incontrarono l’anarchico Alfredo Cospito e tre esponenti della criminalità organizzata, per verificare le condizioni di detenzione. Tre anni dopo, quella polemica riaffiora, confermando una concezione della pena che poco concede all’idea costituzionale del fine rieducativo della pena.

Rivolgendosi a Giuseppe Conte, il capogruppo di FdI ha chiesto se le accuse rivolte alla maggioranza sui rapporti tra Delmastro e Caroccia fossero “farina vostra o dei mafiosi che avete incontrato al 41 bis”. Una frase che ha spostato il terreno dello scontro nella fase finale del dibattito. Per l’opposizione, infatti, il messaggio è chiaro: chi entra in carcere per esercitare una funzione ispettiva finisce accomunato ai detenuti che incontra.

Il primo a reagire è stato Marco Grimaldi (Avs), che ha definito “assai inquietante” l’intervento di Bignami, contestandone sia l’attacco a Scalfaro sia il riferimento alle visite in carcere. Ma è stato Roberto Giachetti (Italia Viva) a individuare quello che, a suo giudizio, rappresentava l’aspetto più grave dell’intervento. Le parole più “indegne”, ha detto, sono quelle rivolte “nei confronti di una attività che è, non solo per noi, un onore, ma un dovere svolgere, di ispezione all’interno delle carceri per verificare le condizioni dei detenuti. Molti di noi non vanno nelle carceri per incontrare un detenuto per il quale magari si deve chiedere la grazia - il riferimento è al gioielliere Mario Roggero, condannato per duplice omicidio e per il quale la Lega ha invocato l’intervento di clemenza -. Molti di noi vanno nelle carceri a incontrare i delinquenti, i mafiosi, i Cospito, gli Alemanno, tutto il mondo, perché comunque quando stanno lì stanno tutti sullo stesso livello... e io ho il dovere di andare a vedere in che condizioni vivono”.

Non per solidarizzare con i detenuti, ma perché “noi andiamo a vedere tutti, dal peggiore dei mafiosi al 41 bis al disgraziato che è finito in galera e che, grazie a un errore giudiziario, si fa qualche mese di galera e poi esce fuori”. Per Giachetti, “questo è politicamente molto più indegno” delle stesse parole su Scalfaro.

Sulla stessa linea Debora Serracchiani (Pd), che ha chiesto al presidente della Camera Lorenzo Fontana di intervenire: “Venga e spieghi che cosa significa visita ispettiva”. Un appello rivolto anche al ministro della Giustizia Carlo Nordio, invitato a ricordare che i parlamentari “vanno, grazie alla Costituzione italiana, in visita ispettiva all’interno degli istituti penitenziari per verificarne le condizioni”. Per questo, ha concluso, “qui c’è una lesione delle nostre prerogative costituzionali”. Alla richiesta si è associata anche la deputata M5S Enrica Alifano.

Poi c’è il capitolo Scalfaro. Anche qui, la ricostruzione di Bignami non regge alla prova dei fatti. Il capogruppo di Fratelli d’Italia ha sostenuto che l’allora Capo dello Stato avrebbe “liberato 300 mafiosi” dal 41 bis. In realtà, nel novembre 1993 nessun detenuto venne liberato. L’allora ministro della Giustizia Giovanni Conso decise di non prorogare 336 decreti di applicazione del carcere duro in scadenza. Soltanto 18 di loro appartenevano alla mafia e per sette di loro, nel giro di poco, il provvedimento venne applicato nuovamente. E non si trattò di scarcerazioni: quei detenuti rimasero in carcere. Conso agì dando seguito a quanto stabilito da una sentenza della Corte costituzionale, la numero 349 del 28 luglio 1993, che imponeva di valutare caso per caso. Una decisione che parte della magistratura ha letto come un cedimento dello Stato, utilizzando l’argomento come base per il teorema della Trattativa Stato-Mafia (avversato dalla destra di governo e, paradossalmente, fatto proprio così da Bignami), ma sulla quale il Presidente della Repubblica non aveva alcun potere decisionale. Insomma, Scalfaro non c’entrava nulla. Le chat sono rimaste coperte. Ma, nel tentativo di difendere Delmastro, la maggioranza ha finito per aprire un altro fronte: quello dell’idea stessa di carcere. Non un luogo sul quale il Parlamento ha il dovere di vigilare, ma uno spazio da chiudere, dimenticare e sottrarre perfino allo sguardo di chi, per legge, è chiamato a controllare che lo Stato rispetti le proprie regole.