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di Daniela Piana

Il Dubbio, 22 agosto 2025

Ci deve essere un giudice a Strasburgo. C’è. Fa la differenza? Sì. La fa. In molti modi diversi. Formalmente, il ricorso alla Corte europea per i diritti dell’uomo e le libertà fondamentali ha significato l’accadere di processi di trasformazione a più livelli delle giurisprudenze - e, per questo tramite, delle domande di giustizia - sia nei Paesi che aderiscono al sistema del Consiglio d’Europa sia in altre parti del mondo in cui si guarda a tale sistema. Si pensi in tal senso ai Paesi dell’America Latina. Fa la differenza sul piano del pensiero e sulla luce che, per via rifratta fra le strade che si dipanano nelle terre di mezzo alle nazioni, arriva a Roma.

Vladimiro Zagrebelsky quella luce non solo la ha tenuta accesa ma ha declinato princìpi che risiedono nella dottrina e nella tradizione di lunghissimo periodo del costituzionalismo e dello Stato di diritto, in una ottica capace di combinare comparazione e visione empirico- funzionale dei principi stessi. Questo profilo comparato appare ad oggi massimamente necessario non tanto e non solo per ragioni di scienza, ma anche e soprattutto per ragioni di prudentia. Un pensiero critico rispetto alle fenomenologie nazionali, capace di vedere in cosa esse siano il riflesso epifenomenico di carsici processi di cambiamento che interessano i sistemi democratici, svuotando sovente le forme garanti di diritti da contenuti funzionalmente in grado di agire, sul piano concreto e pratico, per assicurare la fruizione degli stessi, in particolare di quelli processuali, è la grammatica di cui oggi ci pare la giurisdizione abbia massimo bisogno.

Quello che gli studiosi definiscono backsliding, scivolata all’indietro, è più ostensibilmente una corsa in avanti verso forme inedite di sbilanciamento fra poteri, ovvero di dominazione di poteri che non sono soggetti a forme di accountability né all’interno né all’esterno dei regimi nazionali. Non stupisce che la ricerca di una ultima ratio di tutela orientata verso le Corti rappresenti una cifra comune all’esperienza dei Paesi nei nostri tempi.

Eppure, gli anticorpi ci sono. E risiedono in quel connubio di pensiero ed azione, nutriti di una ferma adesione al principio teorico e alla ratio orientativa pratica del bilanciare sempre, innanzitutto nel contraddittorio e poi nella elaborazione delle strategie di azione di esecuzione delle decisioni del giudice - anche del giudice di Strasburgo - e infine a livello sistemico, fra poteri. Bilanciare non è possibile se non si danno almeno due egualmente capaci poli della bilancia. Bilanciare non è uno stato della materia: è una dinamica in perenne aggiustamento, ed è della dinamica, che occorre avere cura, perché occorre essere certi che una bilancia, ovunque, esista.

Fra le moltissime elaborazioni di pensiero che si possono annoverare nella sua vasta azione ai livelli più alti della giurisdizione e della dottrina, preme ricordare il dialogo avviato nella sede di un convegno organizzato a Torino dalla Fondazione Fulvio Croce e dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati in materia di intelligenza artificiale. Tema sovraesposto mediaticamente oggi, sul quale ancora comparazione e attenzione concreta agli elementi della bilancia sono apparsi anche allora come prezioso caveat a qualsiasi forma di elaborazione progettuale e applicazione contestuale degli strumenti dell’IA nel mondo del diritto e della giurisdizione.

Né apocalittico né integrato, bilanciato per postura epistemica ancor prima che per elaborazione scientifica, Vladimiro Zagrebelsky, e con lui voci di altissima scientia e prudentia, come Giovanni Canzio e Antoine Garapon - non sfugga l’interlocuzione comparata di cui Garapon è stato ed è internazionalmente riconosciuto promotore e costruttore - punta la luce su un aspetto. Nulla di nuovo forse vi è nell’IA se la si guarda come un inedito, certo dirompente, possibile, ma esemplificativo fenomeno di una tipologia di cambiamenti di paradigma che in fondo toccano la dimensione del potere. Per questa strada allora, se di potere si tratta, occorrono le ancore e occorrono le bilance. Le ancore perché il potere sia preventivamente ancorato a regole capaci di passare il test della estendibilità ad ogni forma di diversità di visione culturale e di situazione sociale, lo diciamo impersonalità e terzietà. Le bilance perché quando le regole vengono attuate nella concretezza e fallibilità della ragione umana, la ragionevolezza della dialettica e la salubre dinamica del contraddittorio possano mitigare rischi ed errori, senza pretesa di eliminarli ex ante, ma assicurando la certezza di individuarli e correggerli - a beneficio dell’apprendimento di tutti - ex post. Una luce che potrebbe essere fiaccola. A tutti, giuristi e non, farsene carico e portarla avanti.