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di Federica Olivo

huffingtonpost.it, 1 agosto 2022

Ergastolo ostativo, bimbi fuori dal carcere. E non solo. La fine della legislatura porta via con sé la possibilità di approvare leggi che avrebbero assicurato dei diritti. Leggi che in alcuni casi, come quelli appena citati, hanno ricevuto il sì della Camera ma si sono arenate in Senato. E, quindi, il percorso dovrà ricominciare da zero.

Ammesso che, in un Parlamento che avrà verosimilmente geometrie molto diverse dall’attuale, qualcuno abbia la volontà di riproporle. Ma anche leggi che non avevano ancora ricevuto il primo sì, ma che qualche possibilità, più o meno vaga, di arrivare in porto l’avrebbero avuta se la legislatura fosse finita a scadenza naturale. La lista è lunga e la preoccupazione di chi ha creduto in un progetto o nell’altro è grande. Perché c’è la consapevolezza che la futura maggioranza, se i sondaggi non sbagliano, avrà altre priorità.

Prima della lista è la legge sul fine vita. Sollecitata, a più riprese, dalla Corte costituzionale dopo il caso di dj Fabo - che aveva portato a un processo nei confronti di Marco Cappato e poi a una sentenza di incostituzionalità parziale dell’articolo 580 del codice penale, quello che disciplina l’aiuto al suicidio - aveva visto la luce solo alla Camera. Dopo mesi di estenuante mediazione, e senza i voti del centrodestra che comunque ne aveva influenzato il testo, a marzo era arrivato il via libera a Montecitorio.

Il disegno di legge disciplinava l’accesso al suicidio assistito, a determinate condizioni. Il soggetto che lo richiedeva infatti, doveva essere pienamente in grado di prendere decisioni, affetto da una patologia irreversibile e con prognosi infausta che causa indicibili sofferenze fisiche o psichiche, sottoposto a trattamenti di sostegno vitale e già coinvolto in un percorso di cure palliative, che poteva aver rifiutato. Il provvedimento era frutto di una mediazione e non piaceva a tutti. Era stato criticato perché escludeva ad esempio i malati di tumore, che spesso non hanno bisogno di trattamenti di sostegno vitale.

Però, pur tra critiche, difetti, veti e dubbi, se non altro il testo era arrivato. Passato al Senato, la strada si era mostrata subito in salita, con la Lega che aveva sostanzialmente imposto come relatore Simone Pillon, ipercattolico e storico oppositore di norme di questo genere. Nonostante il percorso fosse impervio, una speranza restava. La fine del governo Draghi ha spazzato via tutto. Nicola Provenza, deputato M5s e uno dei due relatori del provvedimento alla Camera, non riesce a trattenere il dispiacere.

“Quando è caduto il governo - racconta ad HuffPost - il mio primo pensiero è andato alla legge sul fine vita”. Con il provvedimento che avevano messo a punto, continua, “si sarebbe potuto fare un passo in avanti importante. Avevamo lavorato per redigere il testo più equilibrato, a condizioni date”. La legge aveva attraversato molti ostacoli ma, tiene a sottolineare il parlamentare, “avrebbe tutelato i più deboli consentendo loro di accedere a un diritto, ma anche ponendo un argine a eventuali pratiche non legali”. Ormai, è il caso di dirlo, è andata così. E la mancanza di un provvedimento era, e resterà, molto sentita dalla società civile. Che si era mossa in massa, tra l’altro, per firmare il referendum sull’eutanasia, che non è stato considerato ammissibile dalla Corte costituzionale.

La legislatura sta tramontando, la legge sul suicidio assistito non si può considerare tra gli affari correnti e Provenza è rassegnato, ma conserva un barlume di speranza: “Lo dico sempre - racconta - esiste una dignità della vita, ma anche una dignità della morte. Spero che chi sarà ancora dentro le istituzioni, ma anche chi ne resterà fuori, provi a tenere viva questa battaglia”. Sarebbe, conclude, “anche un modo per far recuperare al Parlamento il suo ruolo. E la sua credibilità”.

Un’altra legge sollecitata, per due volte, dalla Corte costituzionale, è quella sull’ergastolo ostativo. Si tratta di una questione meno popolare del fine vita: c’è una legge, in Italia, secondo cui un condannato per mafia e per altri gravi reati alla pena perpetua, se non collabora con a giustizia, non potrà uscire dal carcere attraverso la liberazione condizionale. Bene, questa legge era arrivata davanti alla Consulta e il giudice delle leggi aveva detto che era in odor di incostituzionalità, ma che spettava al Parlamento legiferare, entro un anno.

Perché il tema è delicato e una dichiarazione di incostituzionalità secca avrebbe potuto creare problemi. La Camera si è messa in moto quasi subito in realtà, ma il provvedimento si è fermato al Senato. E così, quando il termine di un anno è scaduto, la primavera scorsa, la Consulta si è vista costretta a prorogare il termine di un anno, per dare la possibilità agli inquilini di Palazzo Madama di finire il loro lavoro. Lo scioglimento delle camere ha fatto sfumare la possibilità di rispettare questa nuova scadenza. E ora? Secondo Andrea Pugiotto, professore di diritto costituzionale all’Università di Ferrara, la Corte a questo punto dovrebbe dichiarare incostituzionale la norma. Senza concedere altro tempo. In questo articolo sul Riformista ha spiegato perché gli altri scenari sarebbero poco praticabili. O, comunque, non propriamente corretti.

Parlava di carceri anche la proposta di legge di Paolo Siani, parlamentare del Pd. Ma i destinatari della norma erano i bambini piccoli e le loro mamme detenute. In Italia, per legge, è consentito alle donne che hanno figli piccoli, al massimo di sei anni, e che devono scontare un periodo in carcere, di portare i bimbi con loro. Potrebbero ottenere una misura alternativa alla detenzione, ma spesso sono persone senza domicilio, e quindi il giudice dice “no”. Nel 2011, per evitare che i piccoli crescessero dietro le sbarre, erano state istituite delle case famiglia dove, a determinate condizioni, avrebbero potuto essere mandate le donne con la prole. Piccolo problema: queste strutture avrebbero dovuto sorgere a costo zero. E, quindi, ne sono nate pochissime.

Con la proposta del parlamentare del Pd - che era stata approvata a fine maggio a Montecitorio, con la contrarietà solo di Fratelli d’Italia - si sarebbe fatto un salto di qualità. Perché sarebbero stati destinati fondi alle case famiglia protette che, quindi, avrebbero dovuto necessariamente vedere la luce. Il disegno inoltre prevedeva che il giudice avrebbe dovuto destinare la mamma detenuta con figlio al seguito nella struttura protetta, e non in carcere, salvo casi estremi. Sarebbe stato un modo per portare via i bambini dai penitenziari. Per farli crescere lontani dalle sbarre, esattamente come i loro compagni di scuola.

Ma il tempo per l’approvazione non c’è stato: “Per me è un vero rammarico che non si sia arrivati al via libera definitivo - dice ad HuffPost Paolo Siani - alla Camera, con l’esclusione di FdI, il sì era arrivato quasi all’unanimità. Non so quanta voglia ci sia di calendarizzarla di nuovo nella prossima legislatura. Certamente la strada sarà molto più complicata, spero si proverà a percorrerla. E ad accelerare”. Siani ci parla proprio nel giorno in cui il report di metà anno di Antigone ha evidenziato un aumento dei bimbi in carcere: a inizio giugno erano 20, alla fine dello stesso mese erano 25.

“Si tratta di una situazione invisibile, trasparente, a cui nessuno fa caso, meno che mai la politica”, spiega il parlamentare. E il suo pensiero va a un fatto di pochi giorni fa, passato quasi sotto silenzio anche quando è stato denunciato, perché intanto infuriava la crisi di governo. A Milano, una donna detenuta al termine di una gravidanza non facile si è sentita male nel penitenziario e ha perso il suo bambino. “Non è un Paese normale quello che consente che una donna incinta venga portata a San Vittore”, osserva Siani con amarezza. La speranza è che casi come questo non si ripetano più. Lo strumento per evitarli del tutto, però, manca. E chissà per quanto tempo mancherà.

Oltre alle leggi che un pezzo di strada l’avevano fatto, ci sono quelle che non avevano ottenuto neanche il primo via libera. E che, osteggiate dal centrodestra che molto probabilmente vincerà le elezioni, è facile che saranno messe in soffitta. Tra queste c’è la legge sulla cittadinanza dei bambini stranieri che hanno fatto almeno 5 anni di scuola in Italia, il cosiddetto ius scholae. Quando il provvedimento era arrivato in Aula alla Camera, la Lega era andata su tutte le furie. E si può dire che i primi veri sussulti della crisi di governo sono partiti in quei giorni.

Il Carroccio protestava contro quella che definisce “cittadinanza facile”, ma anche contro il provvedimento che avrebbe depenalizzato la coltivazione di una limitata quantità di cannabis per uso personale. Anche questo provvedimento è destinato ad essere cestinato. Lo stesso si può dire della proposta fatta dalla senatrice dem Monica Cirinnà sul diritto all’affettività in carcere o di quelle, depositate sempre in Senato, sul cognome della madre.

In quest’ultimo caso, la legge sarebbe indispensabile, visto che la Corte costituzionale ha cancellato l’automatismo che portava all’attribuzione del solo cognome del padre ai figli. Resta da capire come si approccerà a questo tema, e a tutti gli altri citati, il prossimo governo. Che, se i sondaggi non sbagliano, sarà a trazione conservatrice.