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di Luigi Manconi

La Repubblica, 24 giugno 2026

I bambini dai 0 ai 3 anni reclusi in carcere con le madri sono passati dai 17 del 2023 agli attuali 30. Su questo incremento pesa la discrezionalità del differimento della pena per le donne in gravidanza voluta dal Decreto Sicurezza. Non sarà tutta colpa di Giorgia Meloni, eppure… c’è un numero che si tende a rimuovere, ed è un numero infame: è quello dei bambini dai 0 ai 3 anni reclusi in una cella unitamente alle proprie madri, passato dai 17 del 2023 agli attuali 30. Su questo incremento pesa indubitabilmente la discrezionalità del differimento della pena - prima automatico - per le donne in gravidanza, voluta dal Decreto Sicurezza approvato nel giugno 2025. In altre parole, la donna non ha più il diritto di portare a termine la gestazione in condizioni di libertà, ma tale possibilità viene accordata o rifiutata dal magistrato dell’esecuzione della pena. Di conseguenza, un numero crescente di bambini si trova in cella.

A ciò contribuisce, sotto il profilo ideologico, la riproposizione, sempre più enfatica, dell’ennesimo stereotipo criminale, impersonato dalla delinquente incinta, che ha svolto una funzione suggestiva e manipolatoria al punto da produrre una legge-fotografia. Ovvero una norma che è stata a tal punto pensata e ritagliata sull’identità e la fisionomia dell’autore (dell’autrice) di reato da portarne scritti, nero su bianco, il nome e il cognome: la Borseggiatrice Rom. E, così, quel sentimento popolare che tanto si emozionò e tanto pianse nel seguire, sessant’anni fa, le peripezie di Adelina, interpretata da Sophia Loren, diretta da Vittorio De Sica, oggi si rivela refrattario all’empatia. Per chi abbia dimenticato, riassumo la vicenda. Il soggetto di quell’episodio del film Ieri, oggi, domani (1963) si deve a Eduardo De Filippo che si ispirò a una storia vera.

Concetta Muccardi, napoletana del quartiere Forcella e contrabbandiera di sigarette, poté evitare il carcere in virtù di una legge clemente e grazie alla successione di diciannove gravidanze. O almeno così si disse sulla base di dati e testimonianze piuttosto credibili. Il che già la dice lunga sul connotato tenacemente culturale della tendenza, ora attribuita a una etnia erroneamente considerata straniera, a utilizzare la maternità come risorsa esistenziale. Oggi la si affronta, quella tendenza, statisticamente irrilevante, attraverso lo strumento della repressione (ettepareva!). Dunque, imponendo né più né meno che la gravidanza venga vissuta nelle condizioni peggiori, esposta ai rischi più insidiosi (nel settembre del 2021 una donna ventitreenne partorì all’interno della sua cella nell’istituto di Rebibbia femminile).

È accaduto spesso nella storia recente che studiosi acuminati e brave persone elaborassero i criteri più adeguati a definire il livello di rispetto della dignità umana, a partire dalla affermazione attribuita a Voltaire o, a scelta, a Victor Hugo, per la quale il grado di civiltà giuridica di un popolo andava misurato nelle prigioni. Se vogliamo fare un passo avanti si deve dire che il grado di umanità di qualsiasi sistema penitenziario è ricavabile da un requisito ineludibile: il fatto che non imprigioni bambini e minori. Faticosamente, contraddittoriamente e lentamente - ahi quanto lentamente - l’Italia ha tentato nell’ultimo quarto di secolo di ridurre quel numero infame. Effettivamente, nel giugno del 2001, i detenuti bambini erano 83 e la benemerita “legge Finocchiaro” avviò un processo di deflazione, proseguito - tra alti e bassi - fino a una stabilizzazione intorno al 2020. E oggi una nuova impennata: 30.

Ma questo non dice ancora nulla del fenomeno. Per approfondirlo si deve ricorrere alla categoria di deprivazione sensoriale. Ovvero a quello stato di scissione dal mondo esterno che porta alla mortificazione, fino alla soppressione, degli stimoli sensitivi e sensoriali. Per capirci, al bambino che si trovi a vivere in un sistema chiuso dove tutto - visioni, suoni, odori - è artificiale, determinato e limitato da una situazione claustrofobica, viene imposta una vera e propria amputazione dei sensi.

Si pensi solo alla facoltà dello sguardo che risulta impedito e serrato da porte, cancelli, mura; si pensi ancora all’udito colpito dal clangore del ferro che costituisce la struttura portante dell’intero carcere, e alla prevalenza di voci adulte e spesso imperiose, quale è proprio dell’esercizio del comando. Come ha scritto Simona Musco: “Apri: questa, dopo mamma, è spesso la prima parola che i bambini reclusi imparano a pronunciare” (Il Dubbio del 18 giugno scorso).

Non stupisce, certo, come già le prime ricerche documentano, che anni di quella reclusione possano danneggiare definitivamente la funzionalità di quegli stessi sensi. Ma una tale situazione solleva una questione ancora più grande: come è possibile che l’intelligenza della politica, compresa quella - ammettiamolo - della sinistra, per quanto debole, non abbia ancora inventato qualcosa di meglio (più razionale e più umano) di questa “galera per bambini”? Vengono in mente le parole dell’allora giovane studioso Aldo Moro che, riprendendo una affermazione del grande giurista Gustav Radbruch, diceva: “Abbiamo bisogno non tanto di un diritto penale migliore, ma di qualcosa di meglio del diritto penale”. Qualcosa di meglio, insomma, che mettere i ceppi a grandi e piccini.