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di Viviana Lanza

Il Riformista, 18 ottobre 2022

Il numero dei bambini “reclusi” con le mamme detenute è aumentato nell’ultimo mese in Campania. All’Icam di Lauro da dieci i bambini sono diventati tredici e il numero sembra destinato a salire se si considera che l’effetto pandemia (unico periodo in cui le reclusioni sono diminuite) può dirsi passato. Parliamo di bambini in tenera età, da zero a sei anni.

Figli di donne che hanno commesso reati contro il patrimonio, non reati di criminalità organizzata, ma anche figli di un degrado sociale mai affrontato da chi negli anni si è alternato al governo del nostro Paese e della nostra realtà territoriale. L’indifferenza della politica rispetto a questo tema l’aveva squarciata Paolo Siani qualche anno fa, facendosi promotore di una proposta di legge per consentire alle donne detenute con figli piccoli al seguito di scontare la pena all’interno di case famiglia protette e non di istituti di reclusione. Il percorso per arrivare all’approvazione di questa proposta di civiltà umana e giuridica non è stato facile e nemmeno breve, ma a maggio scorso si era riusciti ad avere l’approvazione quasi all’unanimità della Camera. Mancava il Senato, c’erano state rassicurazioni per definire il tutto a settembre. Poi sappiamo come è andata a finire: il governo è stato sciolto e addio legge per i bambini in cella.

“Provo un grande dispiacere al pensiero che la mia legge non sia ancora incardinata al Senato”, racconta Paolo Siani, deputato non rieletto, pediatra con un impegno nel sociale e per la legalità che nasce anche dalla vicenda personale: è il fratello del giornalista Giancarlo Siani, assassinato dalla camorra a Napoli nel 1985. “Debora Sarracchiani (esponente del Pd, ndr) mi ha detto che la proposta di legge a sua firma sarà ripresentata a breve alla Camera e lo stesso dovrebbe fare Bazoli che era capogruppo Pd in Commissione giustizia e ora è al Senato, per cui se la presentano tutti e due potrebbe darsi che si arrivi ad avere la legge prima o poi”.

Ma perché è così grave che un bambino piccolo viva in un istituto di reclusione? “È vero che l’Icam è un carcere a misura attenuata ma è pur sempre un carcere che ha i ritmi di vita del carcere. Una mamma che incontrai a Lauro mi raccontò che la prima parola pronunciata da suo figlio lì non fu “mamma”, come dicono tutti i bambini, ma “apri” che è la parola più spesso pronunciata all’interno dell’istituto - ricorda Siani.

Basta solo questo - aggiunge - per far capire quanto il cervello di un bambino sia influenzato in modo negativo o comunque non naturale nel vivere i primi anni della propria vita in un carcere. Già questo la dice tutta. Inoltre, i bambini che sono nell’Icam, quando vanno a scuola, sono i primi a salire sul pulmino e gli ultimi a scendere per evitare che gli altri possano vedere che entrano in qualcosa che non è una casa ma un carcere vero e proprio. Tutto questo il cervello del bambino lo assorbe e lo vive in modo patologico ed è sufficiente per dire che tenere i bambini un istituto di reclusione è un’assurdità”.

Un’aberrazione del nostro sistema, riteniamo. Del resto, già esiste una legge secondo cui, in caso di reato non grave contestato alla mamma, il bambino deve stare non in un Icam ma in una casa famiglia. Il problema è che in Italia ci sono soltanto due strutture del genere: una a Roma e una a Milano. L’iniziativa politica di Siani aveva consentito di sbloccare fondi per un milione e mezzo di euro da destinare alle Regioni dove già ci sono Icam, quindi anche alla Campania, distribuendoli nell’arco di tre anni. Una prima parte di questi soldi, quindi, è stata già stanziata ma le Regioni attendono che la proposta di Siani diventi legge.

“A giugno avevo chiesto alla ministra Cartabia di iniziare a far utilizzare quei fondi”, spiega Siani. Ma poi tutto si è fermato. Ed è sospeso chissà fino a quando. Sappiamo bene che la questione riguarda una dozzina di mamme e una ventina di bambini e dunque non può attirare la politica nazionale interessata ai consensi su larga scala. ma fosse anche un solo bambino non meriterebbe di vivere la propria infanzia come tutti gli altri? Che colpe ha?

“Il paradosso sa qual è - conclude Siani. È che mentre si prova a rieducare la mamma si rischia di deviare il bambino, di educarlo a sua volta a vivere in un carcere. Cosa farà quel bambino una volta uscito? Dobbiamo chiedercelo perché con questo sistema stiamo educando una donna facendo crescere suo figlio nel posto meno adatto per un bambino”.