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di Raimondo Bultrini


La Repubblica, 27 febbraio 2021

 

La giunta ha invalidato le elezioni vinte dal partito di Aung San Suu Kyi. Continuano le proteste contro il golpe. Fermato e rilasciato reporter giapponese. Contro il regime scritte con la "pasta tanaka" e colpi di pentole. Il capo della nuova Commissione elettorale nominata dalla giunta militare golpista del Myanmar ha dichiarato "invalidi" i risultati del voto plebiscitario che ha assegnato l'83 per cento dei consensi alla Lega nazionale della democrazia di Aung San Suu Kyi l'8 novembre 2020.

L'annullamento ufficiale comunicato a Naypyidaw dal rappresentante dell'esercito Thein Soe a un gruppo di politici è solo un passo burocratico ed è parte della stessa farsa usata per giustificare il colpo di stato del primo febbraio. Proprio i presunti e mai dimostrati brogli denunciati dal comandante generale dell'esercito Min Aung Hlaing sono stati alla base del colpo di stato e dell'arresto della ex consigliera di Stato e de facto capo del governo civile, ancora detenuta nella nuova capitale assieme al presidente e un numero imprecisato di parlamentari e capi delle assemblee regionali.

La notizia circolata attraverso il quotidiano The Irrawaddy non ha fatto che aumentare la rabbia delle migliaia di persone scese nuovamente in strada anche oggi contro i militari in tutto il paese dove aumentano le repressioni, ferimenti, spari in aria o ad altezza d'uomo e arresti, compreso quello del primo giornalista straniero, il giapponese Yuki Kitazumi di Yangon Media Professionals, già corrispondente del quotidiano economico Nikkei, colpito sul casco con dei bastoni, ma senza gravi conseguenze. Kitazumi è stato rilasciato poco dopo il fermo, probabilmente su pressione dell'ambasciata del suo Paese, che continua a mantenere forti relazioni diplomatiche ed economiche con il Myanmar, anche se alcune aziende hanno annunciato il ritiro dei loro investimenti e il governo sta studiando eventuali misure contro la giunta.

Un altro straniero, Sean Turnell, consulente economico di Lady Suu Kyi, è invece ancora in carcere dai primi di febbraio, ma le Nazioni Unite stanno cercando di capire la sorte di almeno 900 birmani e membri delle etnie di minoranza tra i quali politici, funzionari statali, attivisti, giornalisti e studenti, compresi diversi monaci contrari al regime presumibilmente agli arresti.

Alla repressione di soldati e polizia si aggiungono gli attacchi contro le manifestazioni pacifiche da parte di sostenitori dei militari tra i quali militano - a pagamento - almeno una parte dei 23 mila criminali comuni liberati recentemente con un'amnistia, destinata a fare posto nelle celle per i nuovi detenuti politici. Diverse immagini diffuse nei giorni scorsi via social media mostrano uomini armati di coltello e teppisti, mentre assaltano i dimostranti anche a calci, pugni e bastonate.

Nonostante tutto, le proteste continuano ovunque nell'Unione del Myanmar, dove il movimento di disobbedienza civile contro la dittatura tenta di usare ogni mezzo per attirare l'attenzione internazionale appellandosi alla stessa celebre alleanza del "Tè al latte" che lo scorso anno ha unito gli studenti di Hong Kong e quelli thailandesi (invitati oggi a sostenere i birmani virtualmente via social media) nella sfida contro i regimi totalitari dei rispettivi paesi.

Nel Myanmar molti ribelli hanno anche usato la pasta della "tanaka", spalmata tradizionalmente come crema protettiva, per scrivere sul volto la parola Cdm (sigla della "disobbedienza"), oltre al suono metallico delle ormai popolari pentole e padelle che rimbomba di casa in casa dopo il coprifuoco delle 8 di sera, quando viene interrotto anche Internet. A colpi di pentole hanno protestato anche gli abitanti di Sagaing, Magwe, Ayeyarwady e dello stato di Karen davanti agli uffici delle amministrazioni di rione dove sono stati nominati nuovi rappresentanti scelti dai militari.

Si tratta perlopiù di una resistenza non violenta e disperata contro un numero impressionante di militari - oltre mezzo milione armati di tutto punto - e quasi altrettanti poliziotti dei quali solo una minima parte si è schierata con le proteste. A Yangon un drammatico video mostra la folla in fuga dalle pattuglie di agenti che sparano colpi d'arma da fuoco nel distretto di Hledan vicino all'Università di Yangon. Si sentono le grida di terrore per la paura che si trattasse di proiettili veri, come quelli che hanno ucciso nei giorni scorsi una 19enne a Naypyidaw e due altri giovani nella seconda città del paese, Mandalay.

La stessa Mandalay è scesa nuovamente in piazza oggi nonostante la pesante presenza di uomini e mezzi della polizia e dell'esercito che hanno sparato - a quanto pare - proiettili di gomma ferendo almeno uno dei dimostranti che si sono dispersi per poi tornare sulla 62esima strada dove è stato effettuato un numero imprecisato di arresti.

Almeno venti persone sono finite in cella anche a Naypyidaw dove i soldati hanno sparato in aria e lanciato perfino granate senza fortunosamente ferire nessuno, mentre ad Hakha, capitale dello stato Chin sono stati usati potenti getti d'acqua degli idranti. La comunità internazionale continua a minacciare (come ha fatto l'Unione europea) ed annunciare sanzioni (le prime dagli Stati Uniti e - proprio oggi - dall'Inghilterra), anche se non tutti concordano sulla loro efficacia, vista la drammatica situazione economica del paese che colpisce ogni giorno che passa le classi più deboli.

Le stesse Nazioni Unite hanno sostenuto che cercheranno di garantire l'assistenza umanitaria per quanto possibile, viste le restrizioni imposte anche ai gruppi umanitari, e lo stesso tentano di fare molte Ong tra le quali alcune anche italiane, come "Asia onlus". Secondo un documento trapelato dalla Banca mondiale sarebbero però stati sospesi tutti i pagamenti dei numerosi progetti "di sviluppo" del paese mettendo a ulteriore rischio l'occupazione, considerando che per boicottare i colpisti molti dipendenti di servizi pubblici come strutture sanitarie e vari dipartimenti, dai trasporti all'ingegneristica e l'elettricità sono in sciopero incuranti delle minacce di licenziamento.