di Fausto Cagidemetrio
Italia Oggi, 22 marzo 2023
Lo chiede, fra molte altre proposte, il libro “Liberare la giustizia”. Moderato nei toni, ma radicale nella sostanza, il saggio “Liberare la giustizia” (Licosia, 163 pagine, 14 euro) smentisce le rappresentazioni correnti del Terzo Potere. Non ne fa un presidio intoccabile della democrazia, né lo dipinge come un teatro di inquinamenti politici; piuttosto, denuncia la gestione oligarchica e l’ampliamento arbitrario del suo raggio d’azione, che rischia di alterare l’equilibrio con gli altri poteri dello Stato. Il saggio del giurista Ferdinando Cionti e di Dario Fertilio - fondista di questo giornale - non piacerà a chi difende l’esistente in nome della Costituzione “più bella del mondo”. E nemmeno a chi preferirebbe limitarsi a pochi ritocchi.
Si parte da una tesi dirompente: la separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri, pur essenziale per la parità processuale tra accusa e difesa, non cambia veramente le cose se non si abolisce allo stesso tempo, per quanto riguarda i giudici, l’Anm, il sindacato politicizzato dei magistrati. Perché esso, attraverso la lottizzazione delle correnti, condiziona in maniera decisiva il Csm, cioè l’organo che amministra la giustizia e dovrebbe assicurare l’autonomia dei suoi membri, ma che soprattutto assegna le cariche e determina le carriere.
Ne segue una domanda: riuscirà il ministro Nordio, cui è affidata la riforma generale della giustizia, a sciogliere il nodo indicato da Cionti e Fertilio? O si limiterà a porre qualche paletto di confine tra giudici e pm, senza modificare realmente il meccanismo perverso della politicizzazione e delle spartizioni dei posti? “Liberare la giustizia” lancia anche altre proposte: oltre alla abolizione della obbligatorietà dell’azione penale (che di fatto consente al magistrato di scegliere arbitrariamente quali reati perseguire) sostiene l’elezione diretta, dunque popolare, del Procuratore generale e dei suoi principali sottoposti.
In altre parole, il Pm con questa riforma tornerebbe ad essere l’avvocato dello Stato, attuando allo stesso tempo la sovranità popolare enunciata dalla Costituzione. Il Procuratore, come avviene nei sistemi liberaldemocratici, deciderebbe la politica criminale in accordo con il ministro della Giustizia, ma senza dipendere da esso.
Cionti e Fertilio puntano inoltre sulle giurie popolari, anch’esse previste dalla Costituzione. Con però un’importante differenza: non dovrebbero limitarsi a partecipare al giudizio come oggi, quando di fatto vengono guidate da un giudice professionale, ma essere realmente titolari della giurisdizione, decidendo autonomamente su innocenza o colpevolezza. Facile prevedere che un fuoco di sbarramento si alzerà contro questa e le altre proposte, trascurando però il valore della democrazia diretta, e nel caso delle giurie popolari la garanzia che ne ricaverebbe l’imputato: essere giudicato da cittadini che non lo conoscono e non rivestiranno più quel ruolo, dunque liberi da pregiudizi nei suoi confronti.
Ci sono altre proposte nel libro. L’abolizione del processo speciale del lavoro e l’uscita dal ministero della Giustizia delle centinaia di magistrati che lo occupano; la responsabilità civile per le colpe gravi commesse dai magistrati e il divieto di candidature politiche dove hanno rivestito la loro carica. Nell’insieme, quasi un programma di governo della giustizia all’insegna di una riconoscibile utopia liberale, fondata però su solidi elementi giuridici e considerazioni razionali. Alle tesi avanzate sembra ora doveroso attendersi una risposta dal mondo politico.









