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di Manfredo Pavoni Gay

Il Manifesto, 28 aprile 2026

Nel sovraffollatissimo carcere di San Pedro, a La Paz, in Bolivia, i detenuti si autogestiscono e i parenti possono stare con loro. Ma all’interno la vita è regolata dalle dure leggi del capitalismo. Se l’America latina è il continente del realismo magico, sicuramente il carcere di San Pedro ne è una delle tante dimostrazioni. E forse solo la Bolivia, il paese meno occidentale e più radicato nella cultura indigena dell’America latina, poteva ospitare un carcere così particolare. Un Paese che ha la più alta percentuale di popolazione indigena dell’America latina, uno Stato plurinazionale che riconosce costituzionalmente 36 nazioni indigene, la cui architettura politica si basa sul pluralismo etnico, anziché sullo Stato Nazione.

Il Carcere di San Pedro è un vecchio edificio di fine ‘800 collocato nel centro della capitale La Paz. Ha l’immagine esterna di qualsiasi prigione, con alte mura che portanbo evidenti i segni del tempo. Fu costruito nel 1895 per ospitare 300 persone. Attualmente sono 2.740 le persone che vivono in questo spazio di circa 8.500 metri quadrati. In Bolivia la popolazione carceraria supera le 32.000 persone in 46 centri progettati per una capacità molto inferiore, con un conseguente sovraffollamento superiore al 100%. Un problema che quasi 20 anni di governi della sinistra (alle elezioni del 2025 ha vinto il governo di Rodrigo Paz Pereira, con il Partito democristiano boliviano di stampo liberista), non sono riusciti a risolvere. Il fatto che il 58,5% dei detenuti non abbia ricevuto alcuna condanna, contribuisce alla saturazione del sistema. Nelle grandi carceri come San Pedro a La Paz, la polizia limita il controllo al perimetro esterno, lasciando la sicurezza interna e la gestione Ai detenuti, che organizzano la convivenza, il commercio e le gerarchie. Praticamente il carcere è autogestito come fosse una associazione o un centro sociale.

Era da tempo che cercavo di entrare in questo carcere e finalmente oggi dopo aver chiesto invano una autorizzazione come giornalista a cui non ricevevo mai una risposta chiara, ma sempre una richiesta di motivare meglio la mia visita, sono entrato con un semplice stratagemma. Mi sono messo in fila tra le decine di parenti in visita con il contatto di un giovane detenuto brasiliano di nome Kleber Fernando, fornitomi da una fonte sicura grazie alla mia carta di identità brasiliana. All’ingresso, un classico cancello (si immagina che fosse lo spazio necessario per l’ingresso di un carro trainato da cavalli), sorprende la folla di persone che urla le proprie lamentele per farsi ascoltare. A qualsiasi ora del giorno si possono vedere donne vestite con i classici abiti indigeni trasportare pacchi di ogni tipo e dimensione, senza alcun controllo. Consegnati i documenti e il cellulare, dopo un’accurata perquisizione e l’apposizione di diversi timbri di colore verde e nero sull’avambraccio, finalmente raggiungo una fila di decine di persone attraverso uno stretto cunicolo e giungo al portone principale, entrando nella sezione chiamata “Poblaciones”.

La sensazione, appena varcato il portone, è di un’onda umana che ti viene incontro. Il carcere è sovraffollato e anche le celle vengono costruite come nuove mansarde sul tipico ondulato arrugginito che generalmente funge da tetto in tutto il continente. Oltre a tantissimi detenuti vestiti umilmente che chiedono soldi, ci sono le tipiche donne indigene aymara con la loro mercanzia e poi bambini, compagne, fidanzate che camminano insieme ai detenuti nell’area aperta. Ovunque vedo ragazzi e ragazze che giocano e corrono. Altri guardano la tv.

Mi rendo conto che non posso girare a caso perché lo sguardo dei “delegados” (i detenuti a cui è appaltato il controllo interno del carcere), armati di grossi manganelli rudimentali, si fa indagatorio e forse vogliono capire chi sono venuto a visitare, così inizio a chiedere a dei detenuti seduti a fumarsi una sigaretta, dove posso trovare Kleber Fernando “il brasiliano”. Qui esistono detenuti che chiamano “taxisti”. Con circa 4 boliviani (50 centesimi di euro), consegnano cibo lettere e cercano le persone. Dopo pochi minuti nel cortile di Poblaciones si palesa un ragazzo magro e alto con sembianze indigene e afrodiscendenti. “Beleza irmao”, mi saluta con il suo accento paulista e racconta che è a San Pedro da due anni in attesa di processo. Il suo avvocato non si è fatto più vedere. Dice che la cella si paga, qualcuno l’ha addirittura comprata e l’affitta agli altri detenuti. San Pedro è diviso in nove sezioni (Poblaciones, La Cancha, Chonchocorito, El Palmar, Guanay, Los Álamos, San Martín, La Prefectura e La Posta). In ogni sezione si trovano tra le 250 e le 300 persone.

Lui è stato sbattuto fuori da Poblaciones, perché non aveva i soldi per pagare la cella e ora dorme dove trova posto; nessuno dal Brasile può venirlo a visitare, non ha nessuno in Bolivia e gli unici amici sono tre detenuti stranieri come lui, un argentino, un venezuelano e un ecuadoregno. “Quando sono arrivato è stata dura, perché se sei un novellino devi fare tutto quello che ti dicono i Delegati. Loro sono stati eletti dagli altri detenuti e il primo giorno mi hanno fatto una specie di battesimo buttandomi in una tinozza con acqua gelata. Qui si mangia poco, viene assicurato solo un pasto al giorno”. A San Pedro le cose funzionano così, come in ogni società capitalista. Le persone pagano diverse somme di denaro per avere un posto dove vivere.

Qui è anche recluso l’ex presidente José Arce, accusato di truffa verso lo Stato, ma si trova nella sezione chiamata Posta, in condizioni certamente migliori rispetto alla media. I detenuti con più risorse hanno accesso a posti più dignitosi, mentre quelli senza soldi devono lavorare per la comunità (principalmente in attività di pulizia) per guadagnarsi un tetto sopra la testa. Si può dare una mano in cucina per 20 boliviani al giorno (circa 3 euro) oppure nel laboratorio di falegnameria. Molte famiglie si indebitano per assicurare una vita dignitosa ai loro cari. Lo Stato resta indifferente rispetto a ciò che accade dentro San Pedro. Kleber racconta storie di persone detenute da anni per pochi grammi di marijuana, o gente che ha scontato integralmente la pena ma resta in carcere perché nessuno gli comunica il fine pena o perché non sanno dove andare una volta fuori e dunque meglio un letto qui a poco prezzo. Molti sono stranieri e altri hanno semplicemente perso le loro radici dopo il confinamento. “Ottenere” un indirizzo (far certificare che il ragazzo vive in quel luogo e ci rimarrà) costa tra i 1.200 e i 1.500 boliviani, somma inaccessibile per la maggior parte dei detenuti. Un connazionale di Kleber dice che ormai dovrebbe essere libero ma non trova i soldi necessari per pagare. All’interno del carcere vivono molte famiglie. Succede che a un certo punto partner e figli entrano per una visita e semplicemente rimangono lì. Anche questo è il frutto dell’autogestione.

Le tre ore accordatemi per visitare “il brasiliano” sono finite, ci abbracciamo con la promessa di rincontrarci a breve. Mentre faccio la fila per uscire penso all’indiscutibile responsabilità di chi dispone la privazione della libertà di persone in condizioni così estreme. Giudici che agiscono con assoluto disinteresse nei confronti delle condizioni di vita a cui sottopongono centinaia di persone, la maggior parte delle quali per crimini non violenti, che avrebbero potuto ricevere un trattamento più positivo ed edificante di quello che ricevono a San Pedro.

Questo sistema di autogestione genera rapporti di subordinazione, dove i detenuti che si trovano in condizioni migliori assumono la leadership a vantaggio di pochi e a scapito di molti. In carceri come quelle in Europa e in Italia, dove lo Stato ha il controllo e la governance delle strutture, i risultati non sembrano essere migliori di quelli osservati a San Pedro. Dove c’è abbandono, incuria, e pensiero magico, ma tuttavia manca il livore rancoroso, il desiderio di vendetta e l’accanimento nei confronti degli ultimi e di chi ha sbagliato.