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di Claudia Fanti

Il Manifesto, 11 giugno 2022

Chiuso il primo processo contro l’ex presidente che si sostituì al Mas e a Morales. Le opposizioni: “Linciaggio giudiziario”. Per il governo invece è una “sentenza storica”.

Era il 10 novembre 2019 ed Evo Morales aveva appena annunciato le sue dimissioni, seguendo il “consiglio” del comandante generale delle forze armate Willimas Kaliman in nome della “pacificazione” e del “mantenimento della stabilità”.

Prima di allora, si erano già registrati vari ammutinamenti della polizia, nel momento in cui la violenza golpista, a cui era stato lasciato campo libero, dilagava nel paese in mezzo a incendi appiccati alle case dei dirigenti del Mas, il Movimiento al socialismo, ad attacchi ai giornalisti e ad atti di violenza squadrista.

IL MAS, sotto choc, era precipitato nel caos. Seguendo un invito alla rinuncia di massa, arrivato via Whatsapp al gruppo parlamentare non si sa bene da chi, e soprattutto cedendo a minacce di morte e intimidazioni, si erano dimessi il presidente della Camera Víctor Borda (il cui fratello era stato sequestrato dai paramilitari), la presidente del Senato Adriana Salvatierra e il primo vicepresidente della Camera Alta.

Così, la seconda vicepresidente del Senato Jeanine Áñez, sconosciuta senatrice dell’Unión Demócrata, si era precipitata a rivendicare per sé la presidenza ad interim e ad assumerla dinanzi a un Parlamento semideserto, alla sola presenza di nove senatori, dunque in aperta violazione del testo costituzionale.

Due anni e mezzo dopo la sua autoproclamazione, 15 mesi dopo il suo arresto e tre mesi dopo l’inizio del processo chiamato “Golpe II”, relativo proprio al suo insediamento alla presidenza, per lei, la Guaidó boliviana, l’epilogo è stato amaro: condanna in primo grado a 10 anni di reclusione (cinque in meno di quanto chiedeva l’accusa), da scontare nel carcere femminile di La Paz, per “atti contrari alla Costituzione e inadempimento dei doveri”. E con lei sono stati condannati in contumacia, sempre a 10 anni, anche Kaliman e l’allora comandante della polizia, Yuri Calderón.

Per Añez, tuttavia, non è finita qui, dovendo affrontare altri processi, il più importante noto come “Golpe I”, in cui è accusata di terrorismo, sedizione e cospirazione. E di certo è molto ciò di cui dovrà rendere conto, a cominciare dalla pagina più buia della sua triste avventura golpista: i massacri di Sacaba e Senkata, in cui nel 2019 sono stati uccisi in totale 36 manifestanti.

Ma anche del suo impegno a stroncare qualsiasi forma di dissenso - attraverso la persecuzione dei giornalisti e la chiusura delle radio comunitarie - tentando a più riprese, ma invano, di proscrivere il Mas e soprattutto applicando misure coercitive e repressione militare. Opposte le reazioni alla condanna. Per l’opposizione si è trattato di un “linciaggio giudiziario” e, come ha dichiarato l’ex candidato presidenziale delle destre Carlos Mesa, di “uno dei crimini politici più infami della storia boliviana”.

Scontato il commento dell’attuale governatore di Santa Cruz, nonché uno dei maggiori protagonisti del golpe, Luis Fernando Camacho: “La giustizia ha agito come braccio operativo del Mas, organizzando un processo farsa per disconoscere la lotta legittima di tutto un popolo contro i brogli elettorali di Evo Morales”. Mentre il Conade, il Comitato nazionale di difesa della democrazia, ha annunciato mobilitazioni per la prossima settimana. Il governo invece parla di “sentenza storica” che, secondo quanto ha espresso la ministra della presidenza Marianela Prada, “segna un precedente affinché d’ora in avanti non si registri mai più un colpo di stato, non si realizzino mai più rotture democratiche”.