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di Alessandra Arini

La Repubblica, 27 luglio 2023

Dal carcere all’officina di riparazione, la storia di Gianfranco Marcelli. Ex detenuto, ha fondato “Chiusi fuori”, un’associazione ma anche un laboratorio in via San Leonardo a Bologna dove si riparano bici e persone.

Quando era in carcere, per parlare con chi veniva a trovarlo aveva a disposizione solo 20 minuti a settimana. Dieci per i colloqui dal vivo, dieci per la classica telefonata. Ora invece coi clienti che gli portano le biciclette da riparare ha tutto il tempo del mondo. Gianfranco Marcelli, detto “Ribelli”, originario di Roma, alla Dozza ci è stato per un po’: “Sei anni, per la precisione”. Sei anni in cui si è guadagnato quel soprannome. “Mi chiamavano tutti così, magistrati, compagni di cella. Perché appena c’era qualcosa che non andava, mi lamentavo per me e per gli altri”. Era finito dentro per rapina, un reato reiterato nel tempo.

“Ogni volta mi dicevo che sarebbe stata l’ultima, ma poi, quando entravo in banca, sentivo di comandare. Di contare qualcosa. Non ne ho fatta mai una a mano armata. Mi bastava il brivido”. Quel brivido ha avuto quasi paura di riprovarlo quando è stato liberato e a Bologna - una volta fuori - ha temuto che non sarebbe passata mai “la sensazione di non essere davvero libero, di continuare a vivere sulla mia pelle i pregiudizi verso chi è stato in carcere, di non trovare lavoro. Mi sentivo tagliato fuori dalla società. Proprio io che costruisco relazioni, che mi “ribello”.

È uscito nel 2012 e ha fondato “Chiusi fuori”, un’associazione ma anche un’officina di riparazione in via San Leonardo che vuole dare un’altra opportunità non solo alle biciclette, ma anche alle persone. Un’avventura nella quale viene aiutato da Chiara Rizzo, la sua avvocata. “Voglio dare un’altra occasione alle persone che si sentono chiuse fuori dal mondo”.

Qui si vendono le bici recuperate negli angoli della città dagli operatori del Comune e che vengono affidate a Gianfranco per essere aggiustate e rimetterle sul mercato. “Le vendo a prezzi stracciati, perché non mi voglio arricchire sulla pelle degli studenti. Sono bici fatte per chi ne ha bisogno”. In via San Leonardo si fa anche riciclo. “Cambio ruote, i freni di una bici li metto a un’altra, una metafora per dire che sì, le cose e i pezzi si possono cambiare”

Ad aiutarlo ci sono altri soci, sempre ex detenuti. “Ma questa non è un’espressione che usiamo, perché un po’ “detenuti” lo restiamo per sempre”. Gli danno una mano in officina anche alcuni ragazzi in regime di semilibertà, che vengono a fare volontariato. “C’è anche un volontario che sta scontando l’ergastolo. Per lui rappresenta un momento di distrazione, ma anche di formazione”. Davanti all’officina c’è una tabella con gli orari. Sono “creativi” come lui. “Apro quanno voglio, chiudo quanno c’ho fame”. E là fuori è una processione continua di saluti. “Ciao Gianfranco, come stai? Dopo ti vengo a portare quel pezzo”.

Lui dice che il laboratorio è anche “una sorta di bar”. La gente si ferma, beve un caffè, un bicchiere d’acqua. “Un modo per abbattere i pregiudizi delle persone. Tante addirittura hanno cominciato a venire proprio per curiosità, per conoscere la mia storia”. Del periodo passato in carcere non tutti i ricordi sono andati via. Se ne sono andati, invece, le ragioni che lo avevano fatto finire dietro le sbarre. “Ora sono soddisfatto, non ci ricadrò mai più. Questa soddisfazione te la dà solo il lavoro. Perché il lavoro è libertà”.